CIVITAVECCHIA – “In Civitavecchia, dove non esistevano tradizioni di nobiltà”. Così scriveva il giovane Carlo Calisse nella prima edizione della sua Storia di Civitavecchia stampata nel 1898.

Il 31 gennaio 1828 il delegato apostolico di Civitavecchia, monsignor Ferri, diede vita ad una commissione per l’iscrizione al ceto nobile e al ceto civile. Bisognava dare seguito al motoproprio del 6 luglio 1816 di Pio VII che aveva riordinato la pubblica amministrazione dello Stato della Chiesa dopo il periodo napoleonico e la restaurazione del potere temporale dei papi.

A capo del Comune era posto il gonfaloniere, assistito da sei anziani, oggi diremmo assessori. Primo gonfaloniere di Civitavecchia fu Giulio Guglielmi. Erano proposti dal consiglio al governo e rimanevano in carica due anni senza poter essere confermati se non dopo un biennio di pausa.

I 48 consiglieri comunali furono scelti la prima volta dal delegato apostolico ma il successivo consiglio doveva essere distinto in due classi: metà dei consiglieri dovevano appartenere al patriziato cittadino e l’altra metà al ceto civico. Così nacque la commissione formata dal gonfaloniere Pietro Alibrandi, dal marchese Vincenzo Calabrini, Nicola Valentini, Giulio Guglielmi, Angelo Alibrandi, Paolo Vidau, Francesco Annovazzi e Giovanni Rossi.

La commissione pochi mesi dopo, il 3 maggio, propose un regolamento “secondo il quale i requisiti necessari pei nobili furono il domicilio in città da 30 anni, il non aver esercitato le arti reputate vili, il non aver avuto condanne né aver demeriti verso il governo né parentele disonoranti, il possedere una sostanza non minore di scudi 5000 od averne almeno 300 di rendita”.

Per il ceto civile era più semplice: “bastava che si avesse un decennio di abitazione in città, buona condotta morale, civile e politica, astensione dalle arti sordide e modo di onorata sussistenza”.

La storia della città registra la presenza di due grandi famiglie “nobili”: i Calabrini e i Guglielmi.

La prima è fondata da Vincenzo Calabrini, “mercante di campagna” che papa Leone XII, grato dei favori offertigli dal Calabrini, lo insignì del titolo di marchese della rocca di Gradara, quella dove Dante ambientò il tragico amore di Paolo e Francesca (V Canto dell’Inferno).

Le generazioni successive dei Calabrini si legarono strettamente a Casa Savoia ricevendo importanti incarichi a corte come Carlo che divenne “Grande Scudiere” del re nel 1906, la figura che sovrintendeva alle scuderie reali. Oggi la famiglia è emigrata a Londra.

I Guglielmi, invece, acquistarono con moneta sonante il titolo di marchesi di Vulci nel 1862. Furono grandi latifondisti, lo ricorda anche Stendhal. Furono ricompensati da Casa Savoia con il titolo di senatore che fu riconosciuto prima a Giacinto nel 1890, poi al figlio Giorgio nel 1929.

Due famiglie che ricevettero molto da Civitavecchia, diedero lavoro a molti in città ma come dice il proverbio “il pane dei Guglielmi sfama ma non ingrassa”.