CIVITAVECCHIA – Quando si parla di ciclo dei rifiuti si pensa subito alla raccolta differenziata per il riciclo vetro, plastica e carta. Altrettanto importante è però il trattamento della frazione umida, ossia gli scarti di cibo e altri materiali organici. Questi rifiuti, possono trasformarsi in risorsa attraverso processi di conversione in energia rinnovabile mediante l’impiego di impianti biodigestori: grandi vasche chiuse, dove microorganismi decompongono la materia organica in assenza di ossigeno, generando una miscela gassosa prevalentemente composta da metano e anidride carbonica. Questo biogas può essere usato per generare elettricità, calore o, se ulteriormente raffinato in biometano, utilizzabile come combustibile. Dal residuo solido di tali lavorazioni si ottiene anche compost di qualità. Questo sistema non solo riduce la quantità di rifiuti destinati a discarica, ma consente anche di produrre energia da fonti rinnovabili e di reinserire nutrienti nel suolo agricolo. Come ogni cosa però, anche in impianti del genere vi sono importanti criticità. Andrebbe realizzato in aree idonee, sia come localizzazione che come scala di grandezza, in quanto oltre ai classici rischi di impianti industriali di quel tipo, è presente un odore altamente impattante legato alla lavorazione della frazione organica non eliminabile in maniera totale e un notevole traffico di mezzi pesanti per il trasporto dei rifiuti con tutti i disagi connessi: rischi per la circolazione, maggiore usura delle strade, rumore e inquinamento. E Civitavecchia si trova ad affrontare l’ennesima battaglia. Stavolta per scongiurare proprio la realizzazione di un imponente biodigestore da 120mila tonnellate (quando il fabbisogno locale è di sole 7 tonnellate annue). Ancora un impianto imposto “dall’alto”, con potenziali conseguenze negative su qualità della vita, attrattività turistica e salute pubblica. È bene ricordare che il progetto ha incontrato fin dall’inizio i pareri contrari del Comune di Civitavecchia, della Asl Rm4 e della Soprintendenza, con giudizi negativi in sede di conferenza dei servizi legati a criticità ambientali e tutela della salute pubblica. La capacità dell’impianto è il centro della controversia: un biodigestore di tali dimensioni su un territorio già segnato da importanti servitù ambientali e vicino a un porto crocieristico di rilievo solleva interrogativi su impatto urbano, turistico e paesaggistico, oltre ai classici disagi legati all’industrializzazione in aree prossime ai centri abitati. Conti alla mano, sarebbero almeno 12 mila i transiti annuali dei mezzi di rifiuti in città. Un’enormità. La “battaglia” è iniziata a seguito dell’Autorizzazione Unica per l’impianto, rilasciata dalla Regione Lazio ad ottobre 2022, dando così il via libera al progetto. Nonostante la resistenza del Comune di Civitavecchia in tutte le sedi, il Tar del Lazio nel luglio 2024 ed il Consiglio di Stato poche settimane fa, hanno accolto il ricorso della società proponente. Dinanzi a questo scenario, l’unica strada rimasta per far sentire forte la voce della comunità è la mobilitazione civica, come l’iniziativa di pochi giorni fa presso l’Aula Pucci. Il percorso pare però essere decisamente in salita. Quanto però può ancora subire questa Città?