Ora si tratta. Dopo mesi di ricorsi e slogan, il sindaco Marco Piendibene dice che bisognerà sedersi al tavolo con la società proponente del biodigestore per discutere la taglia dell’impianto e uno sconto sulla Tari per i civitavecchiesi. Una linea che, nel merito, è probabilmente l’unica praticabile. Ma che arriva tardi, forse troppo tardi. Il momento giusto per imboccare questa strada era dopo la sentenza di primo grado del Tar e prima di quella del Consiglio di Stato. In quella finestra temporale il Comune avrebbe avuto ancora un minimo di potere contrattuale, una leva politica e amministrativa da spendere. Oggi, dopo la doppia sconfitta, la trattativa non è una scelta strategica ma una necessità, con margini inevitabilmente ridotti.

In questo scenario si inserisce la nascita del comitato contro il biodigestore, promosso tra gli altri da consiglieri comunali di Avs e M5S. Ed è qui che la vicenda smette di essere solo amministrativa e diventa profondamente politica. Perché questi consiglieri dovrebbero spiegare da che parte stanno davvero. Com’è possibile riscoprirsi ambientalisti della prima ora oggi, dopo aver sostenuto per mesi una linea morbida, sostanzialmente allineata a quella del Pd, e proprio mentre il sindaco e i dem hanno imboccato la strada della trattativa?

C’è un problema di coerenza evidente. Questo biodigestore non nasce dal nulla: è figlio di una Conferenza dei servizi regionale, dell’asse Regione–Città Metropolitana, di scelte politiche precise. Scelte fatte quando la Regione era guidata da Nicola Zingaretti e la Città Metropolitana da Roberto Gualtieri, entrambi espressione di quell’area politica che oggi governa Civitavecchia. La stessa Città Metropolitana che Piendibene e la sua maggioranza hanno sempre difeso a spada tratta, anche contro l’ipotesi di una nuova Provincia Porta d’Italia. Difesa a senso unico, verrebbe da dire.

E qui si apre un capitolo per certi versi anche più imbarazzante: il doppiopesismo sullo sviluppo. Da una parte si accetta — o si subisce — un impianto sovracomunale che servirà Roma e il suo immenso fabbisogno di trattamento dell’umido. Dall’altra, si dice no all’adesione al Consorzio Industriale del Lazio, anche senza conferire un solo metro quadrato di terreno comunale. Una scelta che impedisce alle imprese locali di accedere a finanziamenti a fondo perduto fino a 300mila euro per azienda.

Una decisione difficile da spiegare, se non con la solita diffidenza ideologica o con qualche suggerimento arrivato dai soliti advisor. Eppure, come ha ricordato il gruppo consiliare di Fratelli d’Italia presentando una mozione sul tema, il Consorzio è “uno strumento di fiducia per costruire il futuro, una leva di sviluppo decisiva per incidere su semplificazioni e opere essenziali per migliorare i contesti produttivi”. Parole che non arrivano dall’opposizione, ma dallo stesso Zingaretti, che quel Consorzio lo ha voluto e difeso.

Ed è qui che il cerchio si chiude. Perché il sindaco del Pd, politicamente e personalmente così vicino a Zingaretti da averlo scelto perfino per celebrare il proprio matrimonio civile, oggi rinnega nei fatti uno degli strumenti più importanti della stagione zingarettiana, mentre subisce fino in fondo un altro suo lascito, ben più ingombrante: il biodigestore.

La sensazione è che, ancora una volta, Civitavecchia paghi il prezzo delle ambiguità politiche, delle scelte non fatte in tempo e delle coerenze piegate alle convenienze del momento, come fu - tanto per restare in tema - per il M5S al momento di decidere l’uscita dalla Città Metropolitana. Decisione cestinata un attimo dopo la vittoria di Virginia Raggi in Campidoglio.

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