PHOTO
«Le due criticità maggiori dal punto di vista idrogeologico che ha Viterbo sono la propensione alla franosità dei comparti orientali, i territori che da nord a sud si affacciano sulla valle del Tevere, Castiglione in Teverina, Civitella d'Agliano, Celleno, Civita di Bagnoregio, Bomarzo, Mugnano, Orte, Civita Castellana, Bassano in Teverina, Calcata.
Sono tutti paesi posti su castroni tufacei che sono sopra un substrato argilloso che viene eroso, si muove, si trascina il tufo che sta sopra e se ha abitazioni quelle vengono giù. Il caso classico è Civita di Bagnoregio che sorge su argilla sormontata dal tufo su cui si stanno investendo soldi per la messa in sicurezza perché è un sito patrimonio Unesco, arrivano fondi europei e c'è disponibilità economica».
Roberto Troncarelli, viterbese, presidente nazionale dell'ordine dei geologi, descrive così i primi territori a rischio della Tuscia per il dissesto idrogeologico: i fatti di Niscemi stanno alzando il livello di guardia anche nell'alto Lazio.
«L'altra grande criticità è tutta la fascia occidentale della provincia - continua Troncarelli - la fascia costiera, i comuni di Tarquinia e Montalto, che sono geologicamente posti su pianure piatte e soggetti all'alluvionabilità dei principali corsi d'acqua. Non solo Fiora, Marta e Mignone ma anche il reticolo secondario come il fosso dei giardini, esondato giorni fa a Tarquinia Lido, o il fosso del torrone che è spesso esondato a Marina Velka. Larginatura del Marta del 2004 ha in parte attenuato i disagi».
Sui rimedi contro i rischi idrogeologici il presidente Troncarelli nota che «si può fare solo un'attività di sorveglianza, presidi territoriali, monitoraggio ambientale, investire sulle strutture pubbliche deputate ai controlli che sono essenzialmente le Provincia, che devono verificare l'officiosità idraulica delle vie d'acqua, la pulizia idraulica dai detriti, da ostacoli ma anche l'autorità di bacino che, nella pianificazione, deve tenere conto di questo». In sintesi, Troncarelli dice che si può fare solo «attività di prevenzione, altrimenti ci troviamo sempre a parlare di post emergenze, d'attività tampone a episodi che con la prevenzione si potrebbero evitare. Invece questo non si fa, non si investono soldi nella prevenzione e nella formazione del personale, non escono più dalle strutture universitarie tecnici specializzati come geologi, ingegneri ambientali, idraulici: ai ragazzi tirano di facoltà più prese dalla frenesia d'innovazione, scienze della comunicazione, tecnologia, quello che attiene alla transizione energetica. La facoltà di geologia soffre di un'emorragia d'iscritti terribile in un Paese fragile come l'Italia».
Non ci sono più tecnici da assumere nelle amministrazioni: è il grido d'allarme del presidente nazionale dei geologi Troncarelli e, questo , è il primissimo fattore allarmante alla luce dei fatti che stanno accadendo.
«Nel lungo periodo – dice ancora Troncarelli – quest'emorragia di esperti geologi e idraulici potrebbe essere fatale. Servire prevenzione a tutto campo con tecnici per la sorveglianza che stiano sul territorio: una volta sugli argini dei fiumi l'ufficiale idraulico, che percorreva a piedi l'argine e segnalava all'ente di appartenenza eventuali criticità su cui intervenire per tempo prima delle rotte d'argine. Prevenire costa un ventesimo che intervenire in fase post emergenziale, lo diciamo sempre ma, ancora, questo appello non viene responsabilmente rivolto dalla politica che dovrebbe destinare risorse serie, non per tamponare situazioni d'emergenza. Questo non avviene - concludono - ma ci troviamo poi sempre a lamentarci di alluvioni come quelle di Niscemi».
©RIPRODUZIONE RISERVATA



