«Oggi è un giorno che ci chiede di fermarci, di fare silenzio, di guardare in faccia la storia, anche quando fa male, e di assumerci una responsabilità: quella di ricordare».

Così questa mattina la sindaca Chiara Frontini alla cerimonia per La Giornata della Memoria, che si è tenuta al civico 19 di via della Verità, di Viterbo, dove viveva la famiglia Anticoli e Di Porto che fu deportata nei lager di Auschwitz e Mauthausen, da dove non fece più ritorno . L’unico a salvarsi fu il piccolo Silvano di 5 anni che fu nascosto da una vicina di casa salvandolo dalla deportazione.

La cerimonia è iniziata con la deposizione di una corona accanto alle pietre d’inciampo deposte nel 2015 alla memoria dei membri della famiglia deportata.

Oltre alla sindaca erano presenti le massime autorità del territorio, tra cui: il prefetto Sergio Pomponio, i vertici di forze armate e di polizia, e Angelo Di Porto, figlio di Silvano, il bambino di 8 anni che scampò al rastrellamento.

Presenti anche i ragazzi l’istituto comprensivo Luigi Fantappiè, di Viterbo, che hanno fatto da cornice alla celebrazione con la lettura di alcune testimonianze scritte dei deportati e con l’esecuzione di alcuni brani musicali.

«Ricordare la Shoah significa ricordare milioni di uomini, donne e bambini sterminati perché considerati “diversi” - ha continuato la sindaca rivolta agli studenti -. Significa ricordare che l’odio, quando diventa legge, quando diventa abitudine, quando diventa indifferenza, può trasformarsi in una macchina di morte. Ma la memoria non è solo uno sguardo rivolto al passato. È, soprattutto, una domanda rivolta al presente e al futuro che non è scritto. Come ci insegna la storia, dipende dalle scelte quotidiane di ciascuno di noi».

Particolarmente significativo l’intervento di Angelo Di Porto: «La presenza questa mattina delle istituzioni è un segno importante, testimone che il ricordo della Shoah non appartiene solo al passato, ma è un dovere civile e morale del presente - ha sottolineato Di Porto - Oggi ricordiamo anche una pagina dolorosa della nostra città. Tre bravi viterbesi, il mio bisnonno Vittorio Emanuele Anticoli e i miei nonni Angelo Di Porto e Letizia Anticoli. Furono deportati nei campi di sterminio nazisti. Tre vite spezzate, tre storie strappate alle loro famiglie e alla comunità. Non sono numeri, non sono nomi lontani, erano concittadini, parte viva di Viterbo, e ricordarli significa restituire loro dignità, significa riconoscere che ciò che è accaduto qui ci riguarda tutti. Accanto all’orrore e alla persecuzione, però la memoria, ci consegna anche esempi di coraggio e di umanità, come quello di Rita Orlandi che salvò mio padre dalla morte. Lei che per il suo gesto è stata insignita della medaglia di Giusto tra le Nazioni, ci insegna che anche nei momenti più bui esiste sempre la possibilità di scegliere. Scegliere di essere responsabili gli uni degli altri».

Infine, ha concluso: «Il giorno della memoria non serve solo a ricordare ciò che è stato, ma a vigilare su ciò che è e su ciò che potrebbe tornare ad essere».