Ci sono due documenti politici che in questi giorni attraversano il dibattito cittadino e che, pur provenendo da mondi lontanissimi, hanno un curioso filo rosso in comune. Da una parte l’ordine del giorno dell’assemblea del 5 febbraio contro il biodigestore, condiviso trasversalmente da associazioni, comitati e forze politiche. Dall’altra la mozione di Fratelli d’Italia sull’adesione del Comune di Civitavecchia al Consorzio Industriale del Lazio. Due testi diversi per ispirazione e obiettivi, ma accomunati da un nome che sembra ormai impronunciabile nel dibattito locale: Nicola Zingaretti.

Il biodigestore di Monna Felicita, oggi unanimemente contestato, nasce infatti da una decisione assunta quando la Regione Lazio era guidata da Zingaretti, con il parere favorevole anche della Città Metropolitana, prima a guida Raggi e poi Gualtieri. Un passaggio che pesa come un macigno e che rafforza, per molti, l’idea che Civitavecchia abbia pagato fin troppo l’appartenenza a un’area metropolitana distante e sbilanciata su Roma. Non a caso, quella scelta viene oggi indicata come una delle ragioni politiche più concrete per uscire dalla Città Metropolitana di Roma.

Lo stesso Zingaretti, però, è anche il padre politico del Consorzio Industriale del Lazio. Fu lui a istituirlo e a definirlo senza esitazioni “uno strumento di fiducia per costruire il futuro, una leva di sviluppo decisiva”. Parole che oggi tornano come un boomerang, mentre il Comune di Civitavecchia resta fuori dal Consorzio e le imprese locali vedono sfumare opportunità di crescita e contributi a fondo perduto, come quelli previsti per le aree colpite da deindustrializzazione.

In mezzo a questa contraddizione c’è il sindaco Marco Piendibene, stretto tra le pressioni dell’ala sinistra della sua maggioranza sul no al biodigestore e una prudenza quasi paralizzante sull’adesione al Consorzio. Prima il timore di una presunta “perdita di sovranità sul territorio”, poi — una volta chiarito che l’adesione non comporta necessariamente alcun conferimento di aree comunali — il rifiuto di “firmare cambiali in bianco”. Un argomento che convince poco. Intanto perché, soprattutto non conferendo aree, l’ultima parola (autorizzazioni urbanistiche, permessi a costruire, ecc.) di ogni decisione spetterebbe in ogni caso comunque al Comune. E poi perché, nei fatti, assegni e cambiali in bianco il Comune li sta già firmando: a partire da quelle all’advisor e al fondo immobiliare, senza che su questi strumenti si registri la stessa cautela invocata sul Consorzio. Nel frattempo, però, si impedisce alle imprese del territorio di accedere a risorse concrete, immediate, decisive in una fase di transizione industriale così delicata. Il quadro si complica ulteriormente guardando al futuro prossimo. A breve, Civitavecchia dovrà sedersi al tavolo con il nuovo commissario alla reindustrializzazione dell’area, Roberta Angelilli, per definire l’accordo di programma sul phase out dal carbone. Angelilli, da assessore regionale alle Attività produttive e vicepresidente della Regione, ha già rivolto un appello chiaro al sindaco: aderire, nell’interesse del Comune e delle imprese locali, al Consorzio Industriale del Lazio. Sarà interessante capire come Piendibene intenderà collaborare, dopo aver respinto proprio uno degli strumenti cardine della strategia regionale. Alla fine, il nodo è tutto politico. È facile parlare di sviluppo sostenibile, riconversione e futuro. Molto più difficile è tradurre le dichiarazioni di intenti in atti amministrativi coerenti, soprattutto quando la maggioranza che governa la città è nata per vincere le elezioni, non per condividere una visione comune. E quando persino Zingaretti, nel bene e nel male, diventa improvvisamente uno sconosciuto.

©RIPRODUZIONE RISERVATA