Pnrr e phase out del carbone sono due punti di svolta per il territorio, su cui il territorio stesso deve assolutamente dire la sua.

Per il Pnrr stiamo vivendo un autentico paradosso: da un lato il ministro Fitto dichiara che servono progetti cantierabili su cui puntare per non perdere i fondi, e contestualmente la cabina di regia di Palazzo Chigi toglie 6 miliardi di euro ai comuni per le opere che non sarebbero riusciti a completare alle rigide scadenze date dall’Europa, dall’altro - al momento - sulla portualità non è stato messo nulla di più di quanto già previsto - si badi bene - non nel Pnrr vero e proprio, bensì nel fondo complementare nazionale. Si dirà che probabilmente è una scelta operata per non incorrere nel rischio del blocco dei fondi perché gli interventi italiani sui porti sono sub iudice a Bruxelles perché qualcuno li vorrebbe far rientrare tra gli aiuti di Stato. E allora ? Verrebbe da dire, se effettivamente fosse questo il motivo reale dell’esclusione delle infrastrutture portuali dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Vorrà dire che intanto si potrebbero realizzare interventi strategici per il Paese, pronti per essere messi in gara, per poi discutere tra qualche anno di una eventuale procedura di infrazione.

Così come, per restare al porto di Civitavecchia, si potrebbe completare il prolungamento dell’antemurale, evitando la sovrattassa e il rischio di perdita di competitività dello scalo.

L’altra partita, quella dell’uscita dal carbone, è non meno importante per la città.

Grazie all’iniziativa dell’onorevole Alessandro Battilocchio è stato avviato il tavolo istituzionale per Civitavecchia e Brindisi, sedi di centrali Enel a carbone. E da subito sarà in campo anche la Regione Lazio, con la regia della vice presidente ed assessore allo Sviluppo economico Roberta Angelilli, per pianificare le iniziative da assumere per il territorio e i progetti da realizzare per creare nuovo sviluppo sostenibile e posti di lavoro che possano assorbire quelli dell’attuale indotto di Torre Valdaliga Nord, creandone ulteriori.

Come emerso dal convegno organizzato da Massimiliano Grasso con Civitavecchia 2030, e come ribadito anche ieri dal presidente di Unindustria Cristiano Dionisi, la soluzione sarà rappresentata da un mix di progetti da mettere a sistema, tra energia, blue economy ed economia circolare, sotto il comune denominatore dello sviluppo sostenibile, con un percorso di transizione energetica in un’area che non sia definibile più di crisi, ma di sviluppo.

Il primo punto da cui partire sono i 42 ettari che la dismissione del carbone a Tvn renderà disponibili per nuovi insediamenti industriali e le aree retroportuali che rappresenterebbero l’autentico vantaggio competitivo del territorio, se solo fossero immediatamente disponibili per insediamenti industriali, superando quindi ogni problema di carattere urbanistico. L’altro vantaggio potrebbe essere costituito dalla Zls e dall’inserimento di Civitavecchia nella Carta degli aiuti di stato a finalità regionale, che con la possibilità di attivare ulteriori strumenti normativi, riconoscendo la specificità dell’area interessata dal phase out, potrebbero consentire l’avvio di nuove importanti iniziative industriali in grado, insieme a progetti sulle rinnovabili come ad esempio quelli sull’eolico off-shore, di rilanciare l’economia locale.

Per fare questo servono sinergie istituzionali a tutti i livelli, capacità e “vision” strategica per avere chiaro quali saranno gli obiettivi da raggiungere per il territorio.

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