C’è una parola che torna, insistente, nelle stanze del Palazzo e fuori, tra la gente: svendita. Non è uno slogan, non è propaganda. È la sensazione concreta che Civitavecchia stia lentamente perdendo pezzi di sé, conferiti a un fondo immobiliare come fossero merce qualsiasi, senza più distinguere tra ciò che può essere valorizzato e ciò che dovrebbe restare bene comune, indisponibile, identitario.

All’inizio c’era l’Italcementi. Un’operazione già di per sé controversa, per dimensioni e impatto. Ora però il perimetro si allarga: tutto il patrimonio pubblico cittadino sembra destinato al fondo. E così dentro finiscono anche luoghi che non sono solo immobili, ma simboli. La Ficoncella, ad esempio. Un luogo dell’anima civitavecchiese, storia, memoria, socialità. Eppure: niente proroga della gestione alla municipalizzata CSP, nessuna ipotesi di mantenere almeno la regia pubblica. Conferimento al fondo e poi, inevitabilmente, gestione ai privati.

Non è andata meglio sul piano politico. L’emendamento presentato da Grasso e Mecozzi, che chiedeva almeno di salvaguardare la gestione pubblica, è stato bocciato. Bocciato anche con i voti di chi, fino a ieri, si proclamava paladino del “tutto pubblico”. Da AVS, che su questi temi ha costruito identità e consenso, è arrivata una mano alzata che pesa come un macigno: sì al fondo, sì ai privati. Coerenza zero.

La stessa sorte sembra attendere le Terme di Traiano e il parco archeologico. Anche qui, beni che per natura giuridica e funzione dovrebbero rientrare tra gli indisponibili. Eppure, la domanda resta sospesa: com’è possibile? Come si fa a conferire beni indisponibili a un fondo? La risposta sembra essere sempre la stessa: con il sindaco aggiunto D’Antò e con l’advisor, tutto diventa possibile.

Persino l’assurdo. Come nel caso della variante Italcementi, quando l’architetto Massimo Pantanelli – ex assessore del M5S, oggi diventato scomodo agli stessi pentastellati – solleva un’osservazione puntuale sul ruolo dell’advisor.

A rispondere non è la politica, ma una funzionaria dei Lavori Pubblici che ammette, occupandosi di buche e tombini più che di indici, piani e standard, di aver dovuto studiare le carte per calarsi nella realtà dell’Urbanistica, mette nero su bianco una frase surreale: la risposta è stata redatta con il supporto del superconsulente dell’advisor stesso, Giustini, pagato profumatamente dal Comune. Se questo non è un conflitto di interessi, allora bisogna riscrivere il vocabolario.

Grasso ha trovato un’immagine perfetta per descrivere tutto questo: Pippo Franco che si cambia giacca in continuazione, da giallorossa a biancazzurra, finendo per essere preso a botte sia dai romanisti che dai laziali. È esattamente ciò che rischia Civitavecchia: restare nuda, senza più una maglia riconoscibile, dopo aver dato credito e potere a “esperti” che cambiano pelle a seconda di chi paga in quel momento. Comune, fondo, advisor: oggi uno, domani l’altro. La città, intanto, paga sempre. E rischia di restare senza niente.
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