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CIVITAVECCHIA – Si è concluso con tre condanne e un’assoluzione il processo di primo grado per la morte di Alberto Motta, il giovane operaio deceduto il 10 febbraio 2023 durante le operazioni di movimentazione dei container alla banchina 25 del porto di Civitavecchia. Il tribunale ha riconosciuto le responsabilità penali per omicidio colposo, aggravato dalla violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro, nei confronti di tre imputati, mentre ha assolto il preposto alla sicurezza della Rtc.
Le condanne hanno riguardato il dipendente alla guida dell’autoarticolato coinvolto nell’incidente, che ha riportato una pena di due anni di reclusione, il datore di lavoro delegato e responsabile del servizio di prevenzione e protezione, condannato a un anno e sei mesi, e l’amministratore delegato della società operante nel terminal container, per il quale è stata stabilita una pena di nove mesi.
Secondo quanto emerso nel corso del dibattimento, al giovane lavoratore sarebbero state affidate mansioni senza un’adeguata formazione e in assenza di una corretta valutazione dei rischi, oltre alla mancata vigilanza durante una fase particolarmente delicata delle operazioni di banchina. Alberto Motta rimase schiacciato dal muletto sul quale stava operando, ribaltatosi dopo l’avvio del mezzo pesante senza che l’operazione fosse stata interrotta o coordinata.
Il procedimento era iniziato nel gennaio 2024 con un giudizio immediato, disposto dalla Procura alla luce dell’evidenza della prova raccolta dalla Polizia di frontiera. La madre del giovane, assistita dagli avvocati Luca Vettori e Franco Moretti, si era costituita parte civile insieme al compagno. I familiari sono stati successivamente risarciti dalla compagnia assicurativa, ma hanno continuato a seguire ogni fase del processo come persone offese. «Siamo molto soddisfatti dell’esito del procedimento – hanno dichiarato gli avvocati Luca Vettori e Franco Moretti dello Studio Moretti & Fulco Avvocati Penalisti Associati di Roma – al di là del risarcimento economico, la madre di Alberto e il suo compagno hanno voluto essere presenti a tutte le udienze, compresa quella conclusiva. Una scelta che abbiamo condiviso e sostenuto, perché animata dalla volontà di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul dramma, purtroppo ricorrente, delle morti sul lavoro».



