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Dopo la nomina di Pietro Bosco come Direttore Generale, continua il rinnovamento della Virtus Marina di San Nicola che, per la sua scuola calcio, ha calato il jolly: Gianluca Ripani. Conosciuto dagli addetti ai lavori per il suo sistema Giocalcio, Ripani è stato 10 anni alla SS Lazio, prima da istruttore, poi da responsabile. Dopo i club, l’impegno con la Federazione lo ha portato ad essere Responsabile Regionale dei Centri Federali, ma è il sistema Giocalcio la sua più grande soddisfazione professionale, un’idea che gli ha consentito di girare l’Italia come docente e di pubblicare ben 7 libri, 2 distribuiti dal Corriere dello Sport – Stadio. Non solo, c’è anche una piccola curiosità legata alla carriera, infatti, Gianluca Ripani allenò il settore giovanile del famoso Città di Cerveteri che conquistò la promozione in Serie C, occupandosi, nello specifico, dei classe ’83-’84.
Ripani è stato intervistato dal settore comunicazione della società rossoblù.
Gianluca guardando il curriculum è inevitabile chiederti dell’esperienza che spicca di più, i tuoi anni alla SS Lazio
“Arrivai alla Lazio nel 1994 quando il discorso scuola calcio stava appena iniziando. Era la prima scuola calcio di una società professionistica e alla guida c’era Felice Pulici – per me un punto di riferimento umano e professionale – insieme a Giancarlo Oddi e al Professor Valter Di Salvo, che oggi lavora in Qatar. Accanto a loro c’erano 4 istruttori, tra cui io, tutti insegnanti di educazione fisica. Nel 2000 sono diventato coordinatore didattico e dal 2002 al 2005 direttore della scuola calcio, sono andato via a dicembre 2004. Sono stati 10 anni importanti perché ho lavorato vicino a persone di grande calibro. La nostra più grande soddisfazione fu che oltre 30 ragazzi di quelle annate sono arrivati nel professionismo, partendo dalla nostra scuola calcio. Ovviamente, non me ne prendo il merito, ma ho il piacere di dire che hanno iniziato con noi”.
Com’è proseguito il tuo percorso?
“Ho continuato seguendo tante società a livello dilettantistico e poi sono arrivato in Federazione dove ho ricoperto il ruolo di collaboratore tecnico del SGS e Responsabile Organizzativo Regionale dei Centri Federali. Nel 2021 mi sono dimesso e, probabilmente, la cosa di sono più orgoglioso professionalmente è l’aver creato il sistema Giocalcio. Su questo argomento ho pubblicato 7 libri e con l’OPES ho girato tutta Italia per formare istruttori di scuola calcio”.
E la Virtus come si inserisce in questo percorso?
“Arrivo alla Virtus perché un vecchio amico mi ha messo in contatto con Pietro Bosco che mi ha fatto l’offerta di venire qui. Conoscevo già la struttura dove ho giocato da avversario e conoscevo Pietro, che ritengo una persona di grande competenza. Lui mi ha spiegato di voler ripartire proprio dalla scuola calcio e ho accettato volentieri e con grande entusiasmo”.
Quali sono state le prime impressioni?
“La prima impressione è che c’è la possibilità di poter far bene. Ci sono spazi ottimi per fare attività e, soprattutto, dopo la prima riunione con i genitori, ho notato una grande collaborazione da parte delle famiglie. Loro sono fondamentali. Adesso sta a me mettere in atto una scuola calcio inclusiva, quella è la chiave. Non credo nelle selezioni precoci perché tanti ragazzi sviluppano prima le loro capacità, ma poi si perdono. Non voglio etichettare nessuno, tutti possono giocare e questo ci permette anche di combattere l’abbandono precoce, grande problema tecnico e sociale del calcio. La mia idea è quella di permettere a tutti di alimentare la loro passione per il calcio pur essendo perfettamente cosciente del fatto che ci siano bambini più pronti di altri, ma tutti hanno il diritto di giocare”.
E con la dirigenza?
“Il Presidente è stato molto convincente perché mi ha fatto capire che ha veramente voglia di iniziare un progetto importante che possa proseguire negli anni. Non voglio fare una semplice apparizione, sarebbe inutile. Ho trovato l’ambiente ideale per portare il sistema Giocalcio e iniziare un percorso formativo anche con gli istruttori. Faremo un corso interno affinché tutti inizino a parlare la stessa lingua”.
In cosa consiste questo sistema?
“Sintetizzando, con il Sistema Giocalcio cerchiamo di riportare in campo i preziosi valori del gioco di strada, l’unico in grado di far scoprire e potenziare i talenti naturali e rinvigorire la fantasia e la creatività attraverso il gioco. Prima di insegnare, bisogna far esprimere i bambini per non inibire le loro competenze innate soffocandole con l’eccessivo massivo nozionismo. In strada giocavamo senza che nessuno ci insegnasse nulla e le nostre potenzialità si amplificavano. La nostra proposta si avvarrà del gioco come primo e insostituibile strumento utile all’apprendimento, perché il gioco per il bambino è tutto. Giochiamo per apprendere e non apprendiamo per poter giocare. È un’inversione del paradigma formativo. Purtroppo i bambini di oggi sono fortemente sedentari e non possono fare autonomamente le giuste esperienze motorie. Giocando al calcio, sviluppano contemporaneamente anche una adeguata coordinazione motoria. Perché i bambini non sono piccoli uomini”.
Gli istruttori come hanno reagito?
“Per ora hanno ricevuto un’unità didattica sulla falsa riga di quello che proporremo e i primi feedback mi sembrano positivi. A una settimana dall’inizio della mia avventura daremo il via al corso di formazione che darà a tutti le competenze per stare al meglio in campo e prendere famigliarità con la nostra metodologia di riferimento”.
I genitori si sono spaventati?
“All’inizio questo tipo di approccio può spaventare. Ho azzerato i gruppi selezionati e i ragazzi si allenano per fasce d’età, tutti insieme anche se poi vengono creati dei piccoli gruppi omogenei di allenamento. Abbiamo aumentato gli istruttori per fascia così da fare un lavoro differenziato sulla base delle esigenze del singolo, ma giocheranno tutti insieme. Capita troppo spesso che i bambini vengano messi in un angolo, invece bisogna andare tutti nella stessa direzione pur percorrendo strade diverse. Abbiamo gli spazi adatti e i genitori, se ben informati, possono diventare dei nostri importanti alleati”.
Ti spaventa un po’ il non essere un volto conosciuto in zona se non dagli addetti ai lavori
“Non mi spaventa, non mi sento uno straniero [ride ndr]. Aggiungo che per essere professionali non bisogna stare in una società professionistica. Prendi Pietro, ad esempio, è una persona più che professionale. Questo è il nostro obiettivo creare una realtà professionale. Poi vedo veramente tanto entusiasmo intorno a me”
Un ringraziamento?
“Voglio ringraziare Pietro che mi ha voluto insistentemente e sono felice di condividere questo percorso con lui, spero ancora per qualche anno”.
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