TARQUINIA – Un incontro che rimarrà impresso nei cuori e nella memoria degli studenti dell’istituto Cardarelli di Tarquinia che nei giorni scorsi hanno incontrato nell’aula magna dell’istituto Vito Fiorino, il falegname, pescatore per passione, che ha salvato 47 persone dopo il naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa.

Ad aprire l’incontro è stata la dirigente scolastica Laura Piroli che, citando un aneddoto avvenuto pochi giorni prima, ha introdotto il tema dell’indifferenza verso il dolore altrui, prendendo come esempio “la guerra in Ucraina e la coincidenza, come un qualcosa che “incide” sul destino di una persona portandola a gesti di straordinaria umanità”.

È intervenuto anche il vescovo della Diocesi Civitavecchia - Tarquinia, monsignor Gianrico Ruzza che ha fatto un excursus sulle tutte le guerre in atto in questo momento nel mondo, anche quelle meno note e meno discusse.

Presente anche la professoressa Antonella Maucioni per parlare dell’associazione Gariwo, che si occupa dei Giardini dei Giusti per l’umanità, persone che hanno fatto del bene agli altri in differenti modi e momenti delle storia.

Hanno preso parte all’incontro anche i volontari di Semi di Pace che si occupano di insegnare italiano agli stranieri e che hanno letto dei racconti scritti da loro. Uno dava voce a un profugo salvato da un naufragio, mentre l’altro rendeva protagonista un bambino di soli otto mesi che non era stato così fortunato e che, alla fine del suo viaggio alla ricerca di salvezza, si era trovato senza nome e senza vita”.

Ecco le impressioni di alcuni studenti

 “Vito Fiorino ci ha raccontato che è nato a Bari ma è cresciuto a Milano quindi “anche lui un migrante”, hanno scritto Micol Gufi e Valeria Salvi della 5° Liceo Classico che hanno posto l’accento soprattutto su due termini: determinazione e destino che hanno caratterizzato la crescita di Fiorino e le sue esperienze, fino a quella nefasta notte.

«L’incontro con Vito Fiorino mi ha portata alla consapevolezza che se da un lato l’uomo è crudele e opportunista, un po’ come viene descritto da Schopenhauer, allo stesso tempo è anche incredibilmente straordinario- hanno raccontato Micol Gufi e Valeria Salvi - Ci viene dato l’esempio degli scafisti o di coloro che hanno ignorato e ignorano tuttora la questione dell’immigrazione lavandosi le mani riguardo alle vite umane, lasciandole in balia della morte ma anche un modello diverso, più che da padre, anche da “nonno” che consola le nostre preoccupazioni. C’è quindi ancora qualcuno che si emoziona, qualcuno che ama, giusto e onesto. Una fiduciosa speranza in un futuro in cui qualcuno cambierà le cose e cercherà di compiere del bene per l’altro. Quel “qualcuno” potrei essere io o te. Io sono quella donna, quella ragazza, quella bambina. Non ho alcun merito per essere nata in una situazione dignitosa e a me favorevole, in cui nonostante tutto, ho diritto di vivere e prendere decisioni con l’aiuto di una famiglia e di uno stato attualmente non in guerra. A volte si tende a vedere come lontano un conflitto in un altro paese e questo finché non viene preso di “mira” il proprio».

«Ho 18 anni - ha scritto Valeria - sono nel fiore della mia giovinezza: sono di per sé una ragazza speranzosa eppure più guardo avanti e più ho paura. L’unico luogo di speranza sono questi modelli da imitare e seguire col fine di creare un futuro diverso e dimostrare una volta per tutte che la storia può anche non necessariamente ripetersi, se lo si vuole. La giustizia purtroppo non è di questo mondo, ma nel piccolo si può cercare di discernere la verità e scegliere di fare la cosa giusta. Incontrare una persona come Vito Fiorino è stata sicuramente un’esperienza che porterò dentro di me per molto tempo. Mi ha emozionato specialmente vedere come lui è passato oltre il colore della pelle che per molti è una barriera invalicabile anche al giorno d’oggi. Il diverso fa paura ed è visto come un qualcosa di alieno; invece è proprio la diversità che ci caratterizza e che ci rende ciò che siamo veramente. Oltre a essere un esempio di umanità ha anche dimostrato come si può imparare dai propri errori a partire dall’amore nella sua forma più pura, ovvero l’abbraccio. La cosa che più mi ha colpita è come abbia raccontato dell’assenza della luna in quella sera, la sera in cui inconsapevolmente diventerà un “eroe” ma la presenza di una miriade di stelle. La luna è stata la sua barca, la gamar, che in arabo significa proprio “luna” e visto che questo satellite brilla di luce riflessa, lui è stato il sole capace di accendere un barlume di speranza nel cuore non solo delle persone che ha salvato, ma in tutti gli uomini che si ritengono tali. “Homo sum humani nihil a me alienum puto”, diceva Terenzio: “sono uomo, niente di ciò che è umano ritengo estraneo a me” e Vito questo mi ha ricordato di fare: essere umana e lottare per i diritti di tutti gli uomini”.

Un “eroe” divenuto “papà” per quelle persone: ha ancora contatti con i migranti che ha soccorso

Fiorino era in rada in attesa dell’alba per uscire a pesca con un suo amico e si è trovato circondato da naufraghi che urlavano disperatamente chiedendo aiuto - “Quelle urla che salivano dall’acqua mi sembravano gabbiani, invece erano uomini”. I profughi erano in acqua da 4 ore, e da conoscitore del mare Fiorino sapeva che la situazione era drammatica; senza pensarci due volte, cominciò a issare a bordo con l’aiuto dell’amico quante più persone possibili, fino a rischiare il ribaltamento dell’imbarcazione. Dopo aver dato l’allarme alla Capitaneria di porto, riportò le 47 persone salvate sulla terra ferma (46 uomini e una donna), strappandole a morte certa. Ha ancora contatti con i migranti che ha soccorso, che oggi lo chiamano papà; ogni anno, durante l’anniversario della tragedia, i ragazzi eritrei da lui salvati (che vivono nel Nord Europa) tornano per salutarlo e commemorare insieme a lui. L’episodio ha colpito profondamente Fiorino, che non ha mai smesso di lanciare appelli per un maggiore impegno delle istituzioni nella questione dei migranti.

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