Racconti dell'aria
A TUTTO SPORT Torna l’appuntamento con la rubrica a cura dell’ex tritone azzurro Damiano Lestingi
07 Dicembre 2023 - 17:56
05 Dicembre 2025 - 06:11
Dopo lo scandalo di Ben Johnson che scosse l'atletica nel 1988, il caso nandrolone nel calcio, EPO nel ciclismo e THG sempre nell'atletica, il CIO (Comitato Internazionale Olimpico) si rese conto di aver bisogno necessariamente di un'agenzia indipendente e terza che si occupasse di antidoping. Nella famosa Dichiarazione di Losanna (sede del CIO) del 1999 si istituì la WADA-World Anti Doping Agency. Ufficialmente una fondazione di diritto svizzero, con sede legale a Losanna, ma quartier generale a Montreal, in Canada, è formata da un'assemblea generale di 38 membri, divisi tra membri CIO e delegati di alcuni governi, e un consiglio esecutivo di 12 membri, il quale mette in atto le decisioni prese in assemblea generale. L'attuale presidente è il polacco Witold Banka. La WADA è finanziata sia dal CIO che dai governi nazionali che ne fanno parte. Si articola in ogni Paese sovrano con una NADO-National Anti Doping Organization, e in Italia si ha la CONI-NADO, la quale è il frutto di un'intesa tra CONI e Governo italiano. La WADA emanò nel 2003 il primo Codice Mondiale Anti Doping (entrò in vigore il 1° gennaio 2004), e viene rinnovato ogni 6 anni, nel quale si delineano tutte le regole che atleti e staff devono rispettare, ma anche le rispettive pene in caso di violazione. Aspetto fondamentale nella lotta al doping fu l'emanazione della Lista WADA, e cioè una lista di sostanze proibite che viene costantemente aggiornata ogni anno. Nelle novità dall'istituzione dell'organismo antidoping sono sicuramente da citare il Registered Testing Pool, ovvero la regola che i migliori atleti del mondo per disciplina devono comunicare obbligatoriamente un'ora di reperibilità per eventuali controlli a sorpresa 365 giorni l'anno; il TUE, il certificato che può derogare dalla normativa antidoping alcune sostanze in caso di assunzione da parte dell'atleta per malattia o per specifiche necessità; l'aver esteso la normativa antidoping anche al personale di supporto dell'atleta; il retesting delle provette anche in anni successivi. L'emanazione del primo codice mondiale antidoping ha portato alle Olimpiadi di Atene 2004 a "pizzicare" ben 23 atleti, saliti poi a 50 a Pechino 2008 e 54 a Londra 2012.
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