Si è aperta ufficialmente oggi a Viterbo la settimana di iniziative per la Giornata della Memoria con una cerimonia tanto sobria quanto intensa: la posa al numero 1 di via Saffi di una nuova pietra d’inciampo. Un piccolo, ma potentissimo, monumento urbano dedicato a Mariano Buratti, finanziere, partigiano e figura di riferimento per la comunità, a cui è intitolato anche lo storico liceo classico cittadino. «Una pietra d’inciampo è uno spazio di riflessione nella comunità urbana», ha esordito la sindaca Chiara Frontini, facendo gli onori di casa davanti a una folta platea composta soprattutto da giovani studenti. «È un luogo dove si passa, ci si ferma, si riflette su ciò che l’atrocità dell’umano è in grado di fare». Un monito, dunque, incastonato nel selciato della città. Il tono è serio, ma non privo di un pizzico di bonaria ironia quando, rivolgendosi ai ragazzi, la prima cittadina ha aggiunto: «Sono davvero molto felice quando vedo i giovani partecipare così numerosi a questi appuntamenti. E voglio sperare non soltanto, banalmente, perché magari uscite da scuola per qualche ora». Una battuta che ha strappato un sorriso, ma che ha subito lasciato spazio al cuore del messaggio: «È soltanto continuando a parlare di quegli eventi tragici, di quanto l’umanità sia stata in grado di fare contro sé stessa, che possiamo evitare che riaccada».

La cerimonia ha visto un abbraccio corale della città: presenti il nipote di Buratti Paolo Bianchini, Elisa Guida dell’associazione ArteinMemoria fautrice dell’apposizione delle altre pietre d’inciampo viterbesi, il vicesindaco di Bassano Romano dove Buratti venne alla luce Ugo Pierallini, il viceprefetto Luca Mecchia, il colonnello comandante della guardia di finanza Carlo Pasquali, in onore dell’appartenenza di Buratti al corpo, e i rappresentanti di tutte le forze di polizia, dell’università e dell’associazione promotrice.

Un gesto simbolico, come ha sottolineato la sindaca, ma «ricco di presente». Un invito a fare in modo che il ricordo «non passi mai lontano dalle nostre teste, ma soprattutto lontano dai nostri cuori». Perché inciampare nella memoria è l’unico modo per non inciampare di nuovo negli stessi, tragici errori del passato.

Particolarmente commovente il ricordo di Buratti attraverso le parole del nipote Paolo: «Ricordo mio zio, e penso a due flash, due immagini indelebili - ha raccontato - La prima è un gioco, quasi un presagio di quella resistenza che avrebbe segnato la sua vita e la sua morte. Aveva pochi mesi più di noi bambini, ma si stendeva a terra e ci lasciava saltare su di lui, sulla pancia. Una sorta di resistenza passiva, per vedere fin dove potesse arrivare la sua sopportazione. Poi, con un sorriso e la sua immancabile sigaretta all’angolo della bocca, si liberava dalla nostra piccola carica e iniziava a lottare scherzosamente. La seconda immagine è l’ultima. Lo zio era già entrato nella Resistenza, un “partigiano”, anche se noi bambini non conoscevamo nemmeno il significato di quella parola. Per noi era semplicemente “lontano a insegnare”. Un giorno d’autunno, mentre accompagnavo mia madre al mercato in via Appia Nuova, lo vidi. Dall’altro lato della strada, un uomo con l’impermeabile chiaro che si teneva il cappello per il gran vento. “Mamma, quello è zio Mariano!” esclamai. Lui si fermò, attraversò di corsa e parlò fitto con mia madre, sussurrandole parole che io, il nipote con cui aveva sempre avuto un rapporto così gioioso, non dovevo sentire. Poi si allontanò, quasi scappando. Feci in tempo a stupirmi del fatto che non mi avesse nemmeno degnato di uno sguardo, che lui si fermò di nuovo. Tornò indietro sui suoi passi, mi diede un bacio sulla testa e sparì. Fu l’ultima volta che lo vidi. Pochi giorni dopo, lo arrestarono».