Racconti dell'aria
IL DIARIO
21 Marzo 2026 - 20:04
22 Marzo 2026 - 14:25
Tutta la città è d’accordo: no al biodigestore. Lo si è visto nel consiglio comunale aperto, nelle proteste, nelle prese di posizione trasversali. Un coro unanime, raro nella vita politica cittadina. Ma mentre si discute, c’è una parte di Civitavecchia che rischia di pagare due volte. Sono i residenti della zona tra via Tirso, Poggio elevato e la Braccianese Claudia.
Per loro, infatti, non c’è solo il tema – già di per sé pesante – del biodigestore “a valle”. C’è anche la bretella porto-A12, un’infrastruttura che per alcuni, con il suo nuovo tracciato scelto per ricalcare in gran parte quello della Braccianese, significherà letteralmente vedersi passare la strada in giardino.
E come se non bastasse, ecco spuntare la cosiddetta “alternativa”: un impianto aerobico di compostaggio da 5.000 tonnellate, annunciato dall’assessore Stefano Giannini come soluzione al posto del contestato biodigestore anaerobico da 120.000 tonnellate.
Alternativa, sì. Ma fino a che punto? Perché a guardare bene, il rischio è che al danno si aggiunga la beffa. Intanto c’è un nodo economico tutt’altro che secondario: se davvero il Comune non intende ricorrere a capitali privati, come saranno trovati i 4,7 milioni necessari per realizzare l’impianto? E soprattutto, ha senso investire una cifra così importante per una struttura che, a detta degli stessi numeri, non sarà nemmeno sufficiente a coprire il fabbisogno del solo Comune di Civitavecchia?
Poi c’è la questione, ancora più concreta, della localizzazione. In consiglio comunale Giannini ha parlato di impianto lontano dalle abitazioni. Ma la realtà racconta altro: a poco più di 200 metri ci sono case, famiglie, persone che vivono e vivranno accanto a una struttura che, è vero, non inquina in senso stretto, ma emette odori fortissimi.
Perché il processo aerobico significa una cosa molto semplice: rifiuti organici lasciati a macerare all’aria per settimane. Non è inquinamento, ma è qualità della vita. E quella conta, eccome.
C’è poi un altro equivoco da chiarire. Si parla di economia circolare, ma qui non siamo di fronte a un impianto che produce biogas o biocarburanti. Si tratta, più semplicemente, di un impianto che produce compost. Utile, certo. Ma ben lontano da quella visione evoluta e innovativa che spesso viene evocata, ad esempio, proprio per la chiusura del ciclo dei rifiuti.
E infine, forse l’aspetto più amaro, a detta dei rappresentanti del neonato comitato di via Tirso presenti all’aula Pucci, con tanto di striscione. Le parole del sindaco, che ai residenti sono suonate come uno schiaffo: vi sareste dovuti svegliare prima. Ma è davvero così? O non è piuttosto il contrario? Non è proprio nella fase iniziale, prima delle autorizzazioni, che progetti di questo tipo dovrebbero essere condivisi con i cittadini?
Perché la partecipazione non è una concessione, è un diritto. E lo è ancora di più quando si parla di interventi che incidono in modo così diretto sulla vita delle persone. E invece si rischia di ripetere lo stesso schema: decisioni calate dall’alto, territori sacrificati, cittadini chiamati a rincorrere scelte già fatte.
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