PROCESSI NELLA STORIA
21 Marzo 2026 - 19:24
«Io sono innocente. Lo grido da tre anni. Una frase che attraversa il tempo e torna oggi con tutta la sua forza grazie alla diffusione dell'audio delle dichiarazioni finali al processo d'appello di Enzo Tortora.
Era il settembre del 1986 quando Tortora prese la parola in aula, poco prima della camera di consiglio. Non una difesa tecnica, ma un atto umano, civile, quasi disperato nella sua lucidità. Un uomo che si rivolge alla Corte non per chiedere sconti, ma per ribadire una verità: non quella processuale, ma quella reale.
«Io non ho mai chiesto nulla», dice. Non trasferimenti, non privilegi. Solo la possibilità di parlare. E lo fa con parole che ancora oggi colpiscono per precisione e dignità, smontando punto per punto le accuse, rifiutando qualsiasi etichetta: non un “debole”, ma nemmeno un colpevole pentito. «Se avessi fatto ciò che mi attribuiscono – afferma – non mi considererei un debole, ma un criminale».
Nel suo intervento c'è tutto: la denuncia delle contraddizioni dell'accusa, l'incredulità davanti a testimonianze rivelatesi false, il dolore per una macchina giudiziaria che – nelle sue parole – sembra aver rinunciato a cercare la verità. E soprattutto, il rifiuto di piegarsi.
«Avreste fiducia voi?» chiede alla Corte. Una domanda che resta sospesa, allora come oggi.
La vicenda Tortora è diventata nel tempo simbolo degli errori giudiziari in Italia. Arrestato nel 1983 sulla base delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, fu condannato in primo grado a dieci anni di carcere. Solo nel 1987 arrivò l'assoluzione definitiva con formula piena.
Ma quel passaggio in aula, quella dichiarazione finale, resta uno dei momenti più alti e drammatici della storia giudiziaria italiana. Non solo per il caso in sé, ma per ciò che rappresenta: il diritto alla difesa, la presunzione di innocenza, il rapporto tra giustizia e verità.
Riascoltare oggi quelle parole significa tornare a interrogarsi su un tema che resta attualissimo. Perché la giustizia non è solo un insieme di norme, ma anche – e soprattutto – una questione di responsabilità.
E la voce di Enzo Tortora, a distanza di quasi quarant'anni, continua a ricordarlo.
Leggi la trascrizione integrale della dichiarazione in aula di Enzo Tortora, l'ultima dichiarazione al processo d'appello, prima della camera di consiglio, nel momento della sentenza.
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Vorrei fosse chiara una cosa: io non ho mai chiesto alcunché a questa Corte durante questi mesi, nove dalla mia seconda detenzione. Nulla ho chiesto per essere trasferito durante una torrida estate in località più respirabile. Nulla ho chiesto per le mie gambe, che non possono neppure fruire di quell'aria – parola così bella per un concetto, in carcere, così brutto – di cui i detenuti fruiscono.
Ho chiesto di venire a fare questa dichiarazione proprio perché forse non l'avrei fatto, stimolato dall'ascolto di questo processo attraverso la radio e colpito da una delle tante metamorfosi che il sottoscritto è stato costretto a subire in tre anni e tre mesi. La mia figura che passava da cinico mercante di morte a tanti altri passaggi. “Uno come tanti”, signor procuratore generale.
Nella sua controreplica lei ha detto: “O assolvere Tortora o assolvere tutti”. Un grosso, notevole passaggio. Ma un'altra cosa mi ha colpito – e lo dico con rispetto ma con fermezza – mi ha ferito: l'ultima versione che lei, a differenza di altri suoi colleghi, ha sostenuto nei miei riguardi. Non più cinico mercante di morte, no: un debole.
Sì, io sono debole. Ho chiesto di essere trasferito perché non ce la facevo più. Ma sono qui perché il suo concetto di debolezza – un poveraccio che in un momento di debolezza si mette a spacciare 5 o 7 chili di droga – non mi appartiene.
Ebbene, io vorrei dirle, e sono venuto qui per dirlo e ribadirlo, che io non mi considererei, se avessi fatto le infamie che alcuni mi attribuiscono, un debole: mi considererei un criminale.
Vorrei dire con il massimo della chiarezza alla Corte di non seguire questa inconcepibile domanda di sconto speciale. Dovuta a che cosa? Alla debolezza?
Se questa Corte seguisse la linea accusatoria che da tre anni e tre mesi si accanisce contro di me, allora non sei anni, ma venti o trenta anni dovreste dare a Enzo Tortora.
Debole chi non lo sarebbe dopo tre anni e tre mesi di questo tormento? Ma un individuo non può essere considerato debole all'improvviso, cambiando le carte. Io considero non un debole, ma un criminale chi, senza necessità, lavorando e vivendo serenamente, improvvisamente traffica chili di droga.
Lei si rende conto di cosa sono sette chili di droga? Mi ha mai chiesto se io avevo conti bancari, una cassaforte per contenere centinaia di milioni?
E allora si è arrivati a dire che io, uomo debole, mi sarei dimesso da deputato europeo per ottenere uno sconto. E lei dice: “Non è un uomo politico”. E mi fa grandissimo onore.
Io sono qui per risponderle, per rievocare episodi e per dire che non c'è un riscontro, non un'ombra di indagine su di me.
Lei cita episodi della mia giovinezza, della mia vita goliardica. A 18 anni, con degli amici, per scherzo immaginammo di aver visto la Madonna. E da questo si vuole dedurre una personalità criminale?
Allora i ragazzi che falsificarono il Modigliani cosa diventeranno tra quarant'anni?
Io penso sia meno pericoloso scherzare da ragazzi che credere alle parole di pentiti come Pandico e Melluso, apostati della menzogna, della calunnia e dell'infamia.
So che questo è il momento rituale in cui dovrei dire: “Ho fiducia in voi”. Ma può un cittadino, dopo quello che ha attraversato, dirlo?
Io ho detto il 17 giugno 1983: ho fiducia. Ho detto nei lunghi mesi del carcere: devo avere fiducia. Quale risposta ho avuto?
Non era un complotto. Era lo sconcerto di vedere un'istruttoria in cui si cercava disperatamente di far quadrare i conti con me.
Le menzogne, i refusi sul mio nome, la costruzione orchestrata dei pentiti, il rifiuto di ogni indagine favorevole: questo è stato il processo.
Io non sono stato un imputato da giudicare. In certi momenti ho avuto la sensazione di essere stato un nemico da schiacciare.
Perché ho osato urlare la mia innocenza.
Perché ho osato farmi portavoce, con la mia faccia e la mia pelle, di centinaia di sconosciuti.
Perché ho osato entrare nudo, senza privilegi, nel cerchio infernale della giustizia.
Perché ho sconvolto un sistema che divide gli imputati in due categorie: i pentiti e gli irriducibili.
E c'è una terza possibilità: essere irriducibilmente innocenti.
Io mi sono sentito dire: “Perché non ha la dignità di pentirsi e confessare?”. E mi sono sentito umiliare.
Ho rifiutato di piegarmi, di essere ossequioso verso un sistema che pretende reverenza.
Durante il confronto a Napoli, davanti a Melluso, mi si chiedeva di ammettere l'uso di stupefacenti. “Non è mica reato”, mi si diceva. Ma era un invito a mentire.
Io respingo con sdegno questa idea.
La mia diversità – il mio rifiuto di piegarmi – mi è costata una condanna pesantissima.
Non insultatemi ancora, vi prego.
Io dovrei concludere dicendo “ho fiducia”. Ma vi chiedo: avreste fiducia voi?
Io vi dico: sono innocente.
Lo grido da tre anni.
Lo gridano le carte.
Lo gridano i fatti.
Io sono innocente.
E spero, dal profondo del cuore, che lo siate anche voi.
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