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Evviva la ciccia proletaria!

Evviva la ciccia proletaria!

ENRICO CIANCARINI

Nel 2024 il consumo di carne procapite in Italia è stato pari a 79 chilogrammi, con un calo rispetto al 2010 del 12%. Nel confronto con il precedente anno, si sono consumate più carni bianche (+4%), mentre il consumo di carni di manzo e di maiale risulta in calo (-6%).

Consultando la “Statistica sulla macellazione degli animali e sul consumo della carne, nel 1908, nei Comuni capoluogo di provincia e nei Comuni aventi una popolazione agglomerata non inferiore ai 10 mila abitanti”, a cura del Ministero dell’Interno, Direzione Generale della Sanità Pubblica, scopriamo che nel 1908 a Civitavecchia si consumarono procapite 27,357 chilogrammi. Dati che sono in linea con due altre località laziali: Tivoli e Viterbo. Invece a Roma se ne mangiarono 41,363 chilogrammi. Fanalino di coda era Velletri con soli 15 chilogrammi procapite. Dati che certamente non comprendevano le macellazioni casalinghe che modificherebbero alcune realtà.

In quell’anno furono macellati a Civitavecchia 1.206 bovini (vitelli, buoi e vacche) per 608 tonnellate di peso lordo e 470 suini per 49 tonnellate. Il resto veniva importato.

I macellai di Civitavecchia erano Nicola Caravani, R. Colucci, Angelo Inesi, Vincenzo Gargiullo e Pietro Possenti & Figlio (Guida Monaci 1905).

In una relazione del 1895, il veterinario direttore del macello pubblico in Civitavecchia, il dottor Giovanni Croce, che lo diresse per oltre trenta anni fino alla morte avvenuta il 24 febbraio 1927, specificava le bestie che venivano lì macellate: “vacche appartenenti alla razza germanica varietà romana, di mantello grigio, dalle lunghe corna … tenute a vivere nelle macchie, di natura selvaggia”.

Sono le “maremmane” che ancora oggi possiamo ammirare nei pascoli del circondario.

Per molti anni, le amministrazioni municipali di Civitavecchia dovettero scontrarsi con il problema del caroviveri che affliggeva la popolazione soprattutto quella appartenente al proletariato operaio. In alcuni periodi fu imposto il calmiere dei prezzi, obbligando i commercianti a vendere i loro prodotti ai prezzi stabiliti dal Comune. I partiti di sinistra e la Camera del Lavoro indussero alcune categorie di lavoratori a dare vita a cooperative di consumo, come quella dei ferrovieri che ebbe una vita agitata e quella dei cementieri. Tali enti riuscivano ad acquistare grandi quantità di viveri spuntando prezzi bassi che poi rivendevano ai loro associati con un minimo sovrappiù.

Girovagando per l’enorme archivio storico che è oggi internet, sfogliando una Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia del 3 febbraio 1908, mi sono imbattuto nella comunicazione ufficiale della nascita della “Società anonima popolare per la vendita di carni macellate con sede in Civitavecchia” con oggetto sociale “vendere carni macellate a buon mercato, non solo ai soci”. Era un’iniziativa del Partito socialista nei mesi che videro la fine anticipata dell’amministrazione Montanucci e la vittoria del Blocco popolare alle elezioni nel 1908 con Sabbatini sindaco.

Quest’ultimo nella Società ricopriva l’incarico di sindaco effettivo mentre Modesto Iacopucci, fondatore e segretario della Camera del Lavoro di Civitavecchia, ricopriva l’incarico di sindaco supplente. Presidente della Società fu eletto Adolfo Di Gennaro.

Non sappiamo quanto durò la Società, che fu un ulteriore tentativo di supportare i consumi alimentari del proletariato civitavecchiese. Una conferma dello stretto legame fra cibo e politica, un connubio che dura ancora oggi.

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