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TRANSIZIONE ENERGETICA
16 Aprile 2026 - 12:19
impianti fotovoltaici
La spagnola Iberdrola ha annunciato di aver raggiunto i 400 megawatt di capacità installata in Italia grazie all’acquisizione di un impianto fotovoltaico da 42 MW nel Lazio. L’impianto, entrato in funzione da meno di sei mesi, è già coperto da contratti di vendita dell’energia a lungo termine, i cosiddetti PPA, che garantiscono ricavi stabili nel tempo. Il nuovo asset si inserisce nel cosiddetto “Complesso Etrusco”, che arriva così a 174 MW complessivi, e si affianca al progetto Fenix da 243 MW, il più grande sviluppato finora dalla società nel Paese.
No Fotovoltaico Selvaggio Montalto e Pescia: "Non è un impianto. È un sistema".
Nelle campagne tra Montalto di Castro, Tarquinia e Tuscania, la spagnola Iberdrola ha costruito, tassello dopo tassello, una piattaforma energetica che oggi tocca i 400 megawatt in Italia. Non ciminiere, non fumi. Ma ettari, connessioni, contratti. E soprattutto una trasformazione silenziosa del territorio.

L’ultimo tassello è un impianto fotovoltaico da 42 MW nel Lazio: già in funzione, già coperto da contratti di vendita dell’energia a lungo termine. Non una promessa, ma un’infrastruttura che produce e incassa. Con questa acquisizione il cosiddetto “Complesso Etrusco” arriva a 174 MW: Montalto 23, Tarquinia 33, Tuscania 18, Montefiascone 7, più i siti Limes. Numeri che, letti singolarmente, sembrano sostenibili. Sommandoli, cambiano la scala del fenomeno.
Sulla questione interviene il comitato "No fotovoltaico selvaggio" di Montalto di Castro e Pescia Romana: "Il primo punto è questo - dice il comitato - gli impianti non arrivano all’improvviso. Arrivano alla fine di un percorso fatto di valutazioni ambientali, conferenze dei servizi, autorizzazioni uniche regionali. Tutto previsto dalla legge, tutto formalmente pubblico, ma disperso in bollettini tecnici e portali amministrativi che richiedono competenze e tempo. Così accade che la percezione pubblica si accenda quando i pannelli sono già a terra."
"Ed è qui che bisogna essere netti - sottolinea il comitato -Tra il 2020 e il 2023, quando molti di questi impianti sono stati autorizzati, i Comuni si sono trovati dentro un meccanismo in cui lo spazio per opporsi era ridotto al minimo. In conferenza dei servizi, in assenza di pareri tecnici negativi, l’amministrazione locale era di fatto chiamata a esprimere un assenso. Non perché fosse formalmente un atto dovuto, ma perché il quadro normativo rendeva estremamente difficile negarlo. E soprattutto, in quella fase, non esisteva ancora un cumulativo visibile. Ogni progetto veniva valutato singolarmente, senza che emergesse ancora l’impatto complessivo. Per questo oggi è difficile scaricare tutto sulle scelte di allora. Perché allora si decideva su un impianto, mentre oggi si vede un sistema. Ma proprio qui sta il punto che non può essere aggirato. Non ci si può nascondere dietro il dito dell’autorizzazione. Perché è nella fase di realizzazione, quando gli impianti si moltiplicano e il territorio cambia sotto gli occhi di tutti, che emerge il vero quadro. È lì che il tema smette di essere tecnico e diventa politico, territoriale, sanitario, sociale."
"Oggi, di fronte a una concentrazione evidente, si può sostenere che ciò che è stato valutato separatamente non è stato valutato insieme - osserva il comitato - Il cumulativo non è più un’ipotesi: è un fatto. E su questa base si può provare a riaprire il discorso, anche sul piano giuridico, arrivando fino a ipotizzare ricorsi al Tar non contro il singolo impianto, ma contro una trasformazione complessiva che cambia natura".
"Il secondo punto riguarda i nomi. Spesso Iberdrola non compare. Al suo posto società progetto, sigle, veicoli societari - aggiungono dal comitato - È la prassi del settore: si autorizza una Spv e solo dopo l’impianto viene acquisito. Il risultato è una catena di passaggi che rende opaca la lettura complessiva, facendo emergere il disegno industriale solo alla fine".
"Il terzo punto è la finanza dell’energia - spiegano da "No fotovoltaico selvaggio" - Il nuovo impianto è sostenuto da contratti a lungo termine che garantiscono flussi stabili. Questo significa che quando l’impianto diventa visibile sul territorio, è già blindato economicamente. Il rischio è ridotto, il ritorno prevedibile. La decisione, di fatto, è già stata presa altrove. C’è poi un tempo che non coincide. Il tempo amministrativo, fatto di iter e pubblicazioni, e il tempo delle comunità, fatto di percezione e confronto. Nel mezzo passano anni. Gli impianti entrano in esercizio oggi, ma sono figli di decisioni prese tra il 2020 e il 2023, dentro un quadro normativo che ha accelerato la transizione energetica. Perché il nodo non è il singolo impianto. È il cumulativo. Un progetto può essere compatibile, dieci nello stesso areale producono un effetto completamente diverso. Il territorio cambia, il paesaggio si ridefinisce, le economie locali si riorientano. Eppure le autorizzazioni continuano a essere rilasciate una alla volta".
"Nel frattempo cresce un distretto energetico che non è mai stato dichiarato come tale - rileva il comitato di Montalto e Pescia - Non c’è un momento in cui si dice che nascerà un hub da centinaia di megawatt. C’è una sequenza di atti legittimi che, sommati, producono quell’esito. Le domande restano aperte. Chi stabilisce il limite di potenza per area? Qual è il ritorno economico diretto per i comuni coinvolti? Esiste una pianificazione pubblica o solo una somma di iniziative private autorizzate? E soprattutto, quanto è informata la comunità nel momento in cui può ancora incidere? Raccontare questi processi non significa opporsi alla transizione. Significa renderla leggibile. Perché senza trasparenza, anche le politiche più necessarie rischiano di diventare incomprensibili. E quando un territorio si accorge di essere cambiato, spesso è già tardi per discuterne".
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