27 Febbraio 2026 - 08:15
C’è un motivo se, quando si parla di salute pubblica, il mal di schiena torna sempre. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo definisce la singola principale causa di disabilità nel mondo e stima che nel 2020 abbia colpito 619 milioni di persone, con una crescita attesa fino a 843 milioni entro il 2050. Anche uno studio collegato al Global Burden of Disease sottolinea come la lombalgia resti un fenomeno enorme, non solo per chi ne soffre, ma per la produttività e la qualità della vita.
In inverno, tra rigidità muscolare, meno movimento e giornate passate più spesso al chiuso, la schiena diventa un “barometro” personale: si irrigidisce, manda segnali, a volte costringe a cambiare gesti semplici come guidare, sollevare la spesa o stare seduti a lungo.
Chi vive tra Civitavecchia e i comuni del litorale conosce bene la routine di molti: spostamenti frequenti verso Roma, ore seduti tra auto e treno, giornate di lavoro che alternano immobilità e carichi improvvisi. Il corpo, soprattutto la colonna vertebrale, registra questa alternanza e, quando si somma al freddo, il risultato può essere una lombalgia che non passa o una cervicalgia che torna appena si “riparte” dopo le feste.
In questi casi, la differenza spesso la fa l’organizzazione. Quando un medico o un fisioterapista suggerisce un percorso di recupero, molte persone preferiscono evitare settimane di tentativi e scegliere subito un appuntamento mirato, anche attraverso soluzioni digitali: per esempio, può diventare naturale pensare a prenotare una seduta di fisiokinesiterapia a Roma affidandosi a un portale come Elty, dove è possibile prenotare visite mediche e percorsi riabilitativi con maggiore semplicità, senza trasformare la prevenzione in una corsa a ostacoli.
Uno degli errori più comuni è aspettare che passi “da solo”, soprattutto quando il dolore sembra legato alla stagione. Eppure il passaggio da episodio acuto a problema persistente è più frequente di quanto si pensi. L’OMS ricorda che la maggior parte dei casi è non specifica, cioè non c’è una singola lesione identificabile che spieghi tutto, e proprio per questo serve un approccio ragionato, centrato su funzione e recupero.
Quando il dolore dura oltre tre mesi, si entra nel campo della lombalgia cronica, un quadro che può influire su sonno, umore e capacità di lavorare. Non è “tutto nella testa”, ma è vero che mente e corpo si condizionano: più si ha paura di muoversi, più si irrigidisce la muscolatura, più il dolore tende a “stare”. Le linee guida dell’OMS sulla lombalgia cronica insistono proprio su questo punto: serve accompagnare la persona verso il ritorno alle attività, con strumenti che riducono l’evitamento e ricostruiscono fiducia nel movimento.
La fisiokinesiterapia è spesso descritta in modo troppo semplice, come “fare esercizi”. In realtà è un percorso che parte da una valutazione, identifica quali gesti scatenano o alimentano il dolore, e costruisce un recupero progressivo, calibrato sulla persona. È utile non solo per “spegnere” un sintomo, ma per ridurre il rischio di ricadute, soprattutto in chi alterna periodi di sedentarietà a giornate fisicamente impegnative.
Le indicazioni internazionali più recenti vanno nella stessa direzione: l’OMS, nelle sue linee guida, enfatizza interventi non chirurgici in contesti di comunità e cura primaria, includendo educazione, esercizio e terapie fisiche mirate, dentro un percorso strutturato e personalizzato. Tradotto nella vita reale: meno improvvisazione, più continuità. Un piano ben costruito può rimettere in moto la schiena senza forzare, lavorando su mobilità, controllo del bacino, stabilità del tronco e resistenza, con obiettivi concreti come tornare a guidare senza dolore o riprendere a camminare con passo fluido.
La soglia non è uguale per tutti, ma c’è un criterio pratico: se il dolore modifica il modo di muoversi, se compare appena si sta seduti, se si irradia verso la gamba o se limita attività quotidiane per giorni e giorni, vale la pena di farsi vedere. La schiena non è un blocco unico: lombare, glutei, anca e perfino piede possono influenzarsi, e una valutazione serve a capire dove nasce il sovraccarico.
È anche il modo migliore per evitare due estremi: ignorare tutto finché non si blocca, oppure cercare soluzioni “una tantum” che danno sollievo breve ma non cambiano la causa. Un percorso di riabilitazione ben impostato, invece, tende a fare ordine: si capisce quali movimenti vanno protetti per un periodo, quali vanno recuperati e con quali progressioni. E soprattutto si costruisce un ritmo sostenibile, che è l’unica prevenzione che funziona davvero.
C’è un dato che si lega bene al periodo: la sorveglianza PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità, ripresa da ANSA, indica che nel biennio 2023-2024 in Italia i fisicamente attivi sono circa il 50% degli adulti, mentre i sedentari arrivano al 27%, con sedentarietà più frequente con l’età e in alcune fasce più fragili. In inverno questo diventa ancora più vero, perché si esce meno, si cammina meno, e spesso si passa più tempo seduti.
La prevenzione, qui, non è un manifesto, ma una serie di scelte piccole: muoversi tutti i giorni anche con una camminata breve, fare pause attive quando si lavora al computer o si guida a lungo, scaldarsi prima di sollevare pesi o fare lavori domestici, proteggere il sonno, che influenza direttamente la percezione del dolore. Se poi il fastidio persiste, trasformare l’intenzione in un appuntamento può cambiare tutto: intervenire presto su mobilità e forza evita che la schiena entri in una spirale di rigidità e compensi.
In una zona come il litorale romano, dove la vita si muove spesso tra città e Capitale, l’obiettivo è semplice e concreto: arrivare alla primavera con più funzionalità, meno dolore “tollerato” e un percorso chiaro, costruito sul corpo reale e non sui propositi.
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