Roma, 27 nov. (Adnkronos Salute) - "L'intelligenza artificiale oggi nell'industria farmaceutica è già un fattore molto importante per tutto quello che riguarda la fase di ricerca e sviluppo di un farmaco. Abbiamo aumentato molto le percentuali di successo della scelta delle molecole candidate ad entrare sul mercato, velocizzando anche il processo di ricerca e sviluppo che è sempre stato lungo e incerto. Rimane tutto il resto della catena del valore, dalla 'supply chain'", la catena di approvvigionamento, "alla parte di personalizzazione della comunicazione e di efficienza anche all'interno delle stesse industrie, sulla quale oggi si sta aprendo un nuovo cantiere estremamente importante". Così Federico Chinni, componente Giunta di Farmindustria, tra gli ospiti del convegno dell'Adnkronos sull'intelligenza artificiale. Sul futuro dell'Ia su cosa si deve puntare? Il dibattito è spesso focalizzato sulla regolamentazione, ma non c'è solo quell'aspetto. "Da parte dell'industria, a mio parere - spiega Chinni - uno dei temi fondamentale è quello di coinvolgere le persone con una narrativa chiara. Oggi è molto evidente che l'intelligenza artificiale sia un valore di efficienza ed efficacia per le imprese, è un po' meno chiaro per il singolo dipendente cosa significhi. Quindi abbiamo l'obbligo, per farla diventare una fattore di successo, di spiegare alle persone quale sia il loro ruolo in un contesto che è profondamente cambiato. E il ruolo è quello di aumentare lo loro potenza sul lavoro, quindi un'Ia che non sostituisce, ma aumenta le possibilità umane". Dalla parte delle associazioni dei pazienti l'Ia è vista come una grande chance di accorciare i tempi per l'arrivo di nuovi farmaci, magari per malattie rare che non hanno una cura. C'è il rischio che si crei una falsa illusione? "Io credo che si debba pensare che l'Ia non è una intelligenza, ma ha una dimensione agentica; aiuterà a migliorare alcuni processi, ma non è salvifica. Resta una grande opportunità, però abbiamo una responsabilità collettiva collegata ai dati con tutto un tema di privacy da considerare. Ma - conclude - più mettiamo a fattore comune i dati e più riusciremo ad avere risposte precise e una ricerca capace di trovare molecole efficaci anche per malattie oggi non curabili".
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