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LIBRI AL LARGO
20 Aprile 2026 - 15:06
15:07
Massimiliano Grasso, Massimo Lugli e Gino Saladini
Un tuffo nella Roma criminale degli anni Settanta, tra cronaca nera, memoria personale e grande narrativa. È quello che ha regalato Massimo Lugli al pubblico di Libri al Largo, il festival letterario promosso dalla Federazione Unitaria Italiana Scrittori con BookFaces e con il patrocinio della Fondazione Cariciv, che ha messo a disposizione il suo teatro in piazza Verdi per ospitare la tregiorni organizzata da Gino Saladini, Anthony Caruana, Marco Pareti (Giallo Trasimeno) e Marco Salomone.
Il festival è stato chiuso proprio con la presentazione del nuovo romanzo del giornalista "La gang delle 3 B", in cui Lugli è stato intervistato dallo scrittore e criminologo Gino Saladini e dal giornalista Massimiliano Grasso.

Ne è venuto fuori un incontro intenso, ricco di aneddoti, ricostruzioni storiche e riflessioni sul mestiere del cronista, ma anche sul fascino oscuro di una stagione che, come ha spiegato lo stesso Lugli, segnò una svolta decisiva nella storia della criminalità romana.
Il cuore del libro è infatti la discesa a Roma dei marsigliesi, una gang spietata che, prima ancora dell'avvento della Banda della Magliana, tentò di imporre nella Capitale nuovi e giganteschi affari criminali: i sequestri di persona e il traffico di eroina. "Roma allora era un terreno fertile – ha raccontato Lugli – perché la malavita locale non era ancora strutturata come sarebbe diventata dopo. C'erano tanti gruppi sparsi. I marsigliesi arrivano con un'altra mentalità, con un'altra organizzazione e soprattutto con una regola molto semplice: o stai con me o sei contro di me".
Da qui anche il titolo del romanzo. Le tre B sono infatti quelle di Bergamelli, Bellicini e Berenguer, i tre boss della mala marsigliese che negli anni Settanta fecero irruzione in Italia dopo aver combattuto in Francia una feroce guerra criminale. Uomini capaci di portare in scena un salto di qualità nella violenza e nella strategia del crimine. "Capiscono subito – ha spiegato Lugli – che per imporsi c'è un solo modo: il sangue. E cominciano a sparare".
Nel dialogo con Saladini e Grasso, l'autore ha ripercorso una delle pagine più drammatiche di quella stagione: la rapina di via Monte Napoleone a Milano nel 1973, con un commando di uomini incappucciati armati di mitra e pistole, e poi l'arrivo nella Capitale, dove la banda trova spazio in una città ancora impreparata a quel tipo di criminalità. "Noi non ce l'aspettavamo – ha ricordato – non ce l'aspettava nessuno. Né i cronisti né la polizia".
Ed è qui che il romanzo si intreccia con la biografia di Lugli. Nel libro compare infatti anche un giovane cronista di Paese Sera, che altri non è se non l'autore stesso agli inizi della sua carriera. Un ragazzo di 19 anni catapultato nel cuore della cronaca nera, accanto a figure leggendarie del giornalismo romano come Ugo Mannoni, suo mentore, al quale il libro è dedicato. "Entrare a Paese Sera mi sembrava di stare in paradiso – ha detto – era il posto dove volevo stare nel mondo. E in quegli anni il giornalista veniva portato letteralmente dentro la scena del crimine. Eravamo parte del racconto, perché la scientifica praticamente non esisteva".
Da qui una lunga, appassionata riflessione sul giornalismo di allora, quello "consumato sulle scarpe", fatto di notti in redazione, volanti, commissariati, fonti, ospedali e strada. Un modo di fare cronaca che, secondo Lugli, oggi non esiste più. "Io avevo più potere a 22 anni, appena professionista a Paese Sera, di quanto ne abbia avuto a 58 da inviato speciale di Repubblica. È precipitato il ruolo del giornalista, insieme alla credibilità, alla professionalità e alla forza del nostro mestiere".
Non è mancato un passaggio sui personaggi più sorprendenti del romanzo, come Paperino e Topolino, due fratelli di borgata che nel libro conquistano il lettore con la loro umanità. Lugli ha spiegato che la loro origine affonda comunque nella cronaca reale, in particolare nella vicenda di Claudio "Topolino" Tiani, giovane ladro d'auto coinvolto nella preparazione della rapina all'ufficio postale di piazza dei Caprettari, altro episodio chiave della parabola dei marsigliesi. Una rapina che doveva fruttare miliardi e che invece si trasformò in tragedia, con l'uccisione di un giovane agente e il successivo suicidio della sua fidanzata incinta, sconvolgendo l'intera città.
Secondo Lugli, fu anche quello uno dei momenti che segnarono l'inizio della fine del clan. "Sono convinto – ha detto – che l'uccisione di un ragazzo di 17 anni come Topolino abbia messo contro i marsigliesi anche la malavita romana. Un atto di forza che diventerà un gesto di debolezza".
Molto interessante anche la parte dell'incontro dedicata ai rapporti tra i marsigliesi, la mafia siciliana, l'eversione nera e la massoneria, elementi che nel romanzo emergono sullo sfondo e che, come ha chiarito Lugli, non appartengono alla fantasia narrativa, ma a piste investigative reali dell'epoca. "Questa gente – ha sottolineato – ha importato anche un altro business di cui si parla meno: la corruzione. Pagavano, avevano agganci, frequentavano i posti giusti, ostentavano denaro e potere. Erano belli, eleganti, quasi cinematografici. Ma anche spaventosamente violenti".
Ed è proprio qui che sta uno degli aspetti più forti della scrittura di Lugli: la capacità di raccontare il criminale senza mai mitizzarlo. Un punto sottolineato anche da Massimiliano Grasso durante il confronto. "Nei libri di Lugli – ha osservato – non c'è mai il rischio della glorificazione del crimine che invece si ritrova spesso in tanta narrativa e in tante serie televisive contemporanee".
Una considerazione condivisa pienamente dall'autore. "Io non sono moralista – ha detto – ma il crimine non conviene. Uno su cento forse riesce a farla franca. Gli altri finiscono in galera, ammazzati o poveri in canna. E quelli che ho conosciuto io, da er Palletta a tanti altri, oggi fanno pena. Sono uomini finiti, distrutti".
A chiudere l'incontro, anche uno sguardo al futuro. Lugli ha annunciato di essere al lavoro su quello che ha definito "il romanzo della vita": una storia ambientata negli anni di piombo, con due adolescenti destinati a imboccare strade opposte fino al terrorismo rosso e nero. Un progetto ambizioso, che dovrebbe vedere la luce tra circa un anno.
Applausi e grande attenzione del pubblico per una serata che, chiudendo il week end del riuscitissimo festival letterario "Libri al largo", ha saputo unire memoria, letteratura e giornalismo, restituendo tutta la forza narrativa di un autore che continua a raccontare Roma come pochi altri: città di misteri, di sangue, di ombre, ma soprattutto di storie che non smettono mai di interrogare il presente.
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Jacques Berenguer (Foto da internet)
CHI ERANO I MARSIGLIESI
Il Clan dei marsigliesi, noto anche come banda delle tre B, fu un’organizzazione criminale attiva a Roma a partire dal 1973, composta da malavitosi francesi e italo-francesi che operarono tra Italia e Francia nella prima metà degli anni Settanta. Secondo la voce Wikipedia dedicata, il gruppo segnò un salto di qualità nella criminalità romana, introducendo una struttura più organizzata e puntando su traffico di droga e sequestri di persona.
PERCHÉ SI CHIAMAVA “BANDA DELLE TRE B”
Il nome derivava dalle iniziali dei tre boss del clan: Albert Bergamelli, Maffeo “Lino” Bellicini e Jacques Berenguer. Furono loro a costruire una batteria criminale efficiente e particolarmente aggressiva, capace di imporsi sulla vecchia mala romana, ancora frammentata in gruppi di borgata.
L’ARRIVO A ROMA E IL CAMBIO DI PASSO DELLA MALA
Fino alla fine degli anni Sessanta, la criminalità romana era legata soprattutto a usura, contrabbando, prostituzione, gioco d’azzardo e piccole rapine. L’arrivo dei marsigliesi cambiò lo scenario: il clan portò metodi più violenti, un uso sistematico delle armi da fuoco e una visione più moderna degli affari criminali, in particolare nel traffico di stupefacenti.
RAPINE, DROGA E SEQUESTRI
Dopo una prima fase dedicata a rapine, sfruttamento della prostituzione, bische clandestine e droga, il clan trovò nei sequestri di persona il vero salto di qualità. Tra il 1975 e il 1976 i marsigliesi portarono a termine cinque sequestri, tra cui quelli di Gianni Bulgari, Amedeo Ortolani e Alfredo Danesi. Secondo Wikipedia, questa stagione fruttò al clan circa 4 miliardi di lire e accrebbe enormemente il suo peso nella malavita romana.
LA RAPINA DI PIAZZA DEI CAPRETTARI
Uno degli episodi più noti fu la rapina del 22 febbraio 1975 all’ufficio postale di piazza dei Caprettari a Roma. Durante il colpo venne ucciso l’agente Giuseppe Marchisella. Il bottino fu però molto inferiore alle attese, appena 400 mila lire, e quell’episodio rappresentò uno spartiacque nella storia del clan. Pochi giorni dopo venne ucciso anche Claudio Tigani, detto “Topolino”, accusato di aver preteso una quota maggiore dopo la rapina.
LA FINE DEL CLAN
L’ascesa dei marsigliesi si interruppe nel 1976, quando una serie di arresti decimò l’organizzazione. L’inchiesta del magistrato Vittorio Occorsio, sempre secondo la ricostruzione di Wikipedia, ipotizzò collegamenti tra il clan, la massoneria deviata, il neofascismo romano e ambienti dei servizi segreti. La caduta del gruppo lasciò a Roma un vuoto di potere che avrebbe favorito, negli anni successivi, l’emergere di nuovi equilibri criminali.
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