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"Ho visto la morte in faccia": sopravvissuto all'inferno del Kuwait

La storia di un militare dell'Aeronautica raccontata dai familiare, in apprensione per settimane

"Ho visto la morte in faccia": sopravvissuto all'inferno del Kuwait

Un boato. Un rumore assordante, che difficilmente dimenticherà. Poi il caos. Tutto intorno si fa nero: la sabbia, la terra, la polvere da sparo nelle narici e nella bocca. Ovunque. Tutto in un attimo. E un corpo a terra: quello del sergente maggiore aiutante dell’Aeronautica Militare Marco Feoli, di stanza a Pisa ma civitavecchiese di origine.

A raccontare quanto accaduto sono la madre e i familiari, residenti in città. È attraverso le loro parole che prende forma la sua storia. Fino all’ultimo, aveva cercato di rassicurarli, aggiornandoli minuto dopo minuto, quasi a voler accorciare quella distanza enorme tra il Kuwait e casa.

Pochi giorni fa, durante una missione nell’area di Al Salem, la situazione precipita. Un missile cade a pochi metri dalla posizione in cui si trovava insieme ad altri militari. Dieci metri, forse meno. L’onda d’urto lo scaraventa a terra. Le conseguenze sono immediate: versamento al timpano, una frattura alla gamba, dolori diffusi. Ma soprattutto immagini che restano impresse, tanto da rendere necessario il ricorso a farmaci anche per riuscire a dormire.

Intorno, nel frattempo, l’inferno. "Subito dopo, altri missili e innumerevoli droni si sono fatti sentire sopra di loro: a ogni rumore si stringevano tutti insieme, convinti che fosse arrivato il momento", racconta la madre Anna Amici in una lettera aperta. Parole che restituiscono la dimensione di quelle ore: non solo l’attacco, ma l’attesa, la paura che si dilata nel tempo.

Seguono giorni interminabili trascorsi in un bunker. Giorni di isolamento, con mezzi di sopravvivenza limitati e cure scarse. "Arrivavano persino ad avere timore di mangiare, per evitare di doversi muovere proprio mentre qualcosa poteva colpirli". Una condizione estrema, fatta di tensione continua e precarietà assoluta. "Giorni in cui ogni ora poteva essere l’ultima".

Dopo il trasferimento a Ryad, in Arabia Saudita, Marco è rientrato in Italia ed è stato ricoverato all’ospedale militare del Celio di Roma, dove è tuttora seguito. Le ferite fisiche sono sotto controllo. Più profonde, e difficili da rimarginare, quelle invisibili.

Ferite sul corpo, che i medici cercheranno di guarire. Ferite nella mente, che solo il tempo potrà forse attenuare. E poi ci sono quelle dell’anima. Quelle restano.

La madre lo descrive come un ragazzo coraggioso, già protagonista in passato di un gesto che gli è valso la medaglia al merito civile per aver salvato vite in mare.

"È orgoglioso di indossare una divisa", scrive. Ma ciò che ha visto in questi giorni ha lasciato un segno profondo. "Quando l'ho guardato negli occhi ho visto la paura di chi ha guardato la morte negli occhi. Ho visto la stanchezza di chi è tornato da qualcosa che nessuno dovrebbe vivere".

E poi, sopra ogni cosa, la consapevolezza più importante: "Mio figlio è vivo".

Una frase semplice, che racchiude tutto. Anche la distanza tra ciò che si racconta nei bollettini e ciò che vivono davvero gli uomini sul campo. "Noi non siamo numeri. Non siamo titoli che scorrono in fondo a uno schermo. Siamo persone", scrive ancora Anna Amici.

Mio figlio non era andato in guerra. Era parte delle forze di pace

Marco Feoli, sottolinea la madre, "non era andato in guerra. Era parte delle Forze di Pace". Eppure, quanto accaduto in Kuwait apre interrogativi profondi. "Per ora la partita con la morte è stata vinta. Ma fino a quando?", si chiede.

La famiglia aspetta il suo ritorno a casa, consapevole del fatto che dietro questa storia non c'è solo un episodio di cronaca, ma il volto concreto di cosa significhi oggi operare in scenari internazionali sempre più instabili.

E nelle parole finali di una madre resta una riflessione che va oltre il singolo caso: "La pace non è una parola da pronunciare nei discorsi ufficiali. La pace è uno stato di coscienza". Un monito che arriva da chi, per giorni, ha atteso una telefonata per sapere se il proprio figlio fosse ancora vivo.

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