comunicare la politica
01 Marzo 2026 - 12:32
Usa e Israele attaccano Iran
Gli attacchi contro l’Iran e la notizia, diffusa dalla tv di Stato di Teheran, della morte della Guida Suprema Ali Khamenei hanno aperto un fronte parallelo al conflitto: quello dei linguaggi. Teheran attribuisce la morte ai raid di Stati Uniti e Israele e ha proclamato 40 giorni di lutto nazionale. Nelle stesse ore sono arrivati annunci di ritorsioni e notizie di missili diretti verso Israele e basi americane nel Golfo.
In guerra le parole arrivano nella mente delle persone con la stessa velocità delle immagini. Spesso arrivano prima. Costruiscono significati, guidano emozioni, orientano giudizi.
Quando le tensioni crescono, il lessico usato da istituzioni, leader e media diventa uno strumento che definisce ciò che sta accadendo. Ogni scelta linguistica suggerisce una lettura: chi agisce, chi subisce, chi difende, chi attacca, chi ha ragione, chi rappresenta la minaccia. Le parole trasformano eventi complessi in categorie comprensibili e pronte all’uso.
Un primo meccanismo è la semplificazione. Una guerra ha cause, intrecci, responsabilità distribuite, conseguenze difficili da misurare. Il racconto pubblico tende a ridurre questo intreccio in formule efficaci.
Nel 2003, durante l’invasione dell’Iraq, espressioni come “armi di distruzione di massa” e “coalizione dei volenterosi” resero immediata l’idea di un pericolo incombente e di un fronte compatto. In quel clima circolò anche una delle frasi più memorabili della comunicazione di quei mesi, attribuita a Condoleezza Rice: “Non vogliamo che la pistola fumante diventi un fungo atomico”. È una metafora che concentra in una sola immagine la richiesta di urgenza e il massimo scenario di paura. Evoca la prova decisiva e l’esplosione nucleare nello stesso respiro, portando il pubblico a percepire il rischio come imminente e intollerabile.
Nel dibattito attuale sull’Iran emergono dinamiche analoghe. Da un lato compaiono formule come “operazioni mirate” e “azioni difensive”, dall’altro trovano spazio parole come “martirio” e “vendetta”. Ogni espressione spinge la percezione in una direzione: precisione e controllo nel primo caso, sacrificio e mobilitazione emotiva nel secondo.
C’è poi il lavoro sulla figura del nemico. In questi contesti termini come “ingerenza” e “affari interni” diventano leve simboliche. Evocano autodeterminazione, rispetto, sovranità. Funzionano perché richiamano confini che sono politici e culturali, oltre che geografici. Chi usa queste parole parla a un sentimento di identità collettiva e chiede al pubblico di riconoscersi in un “noi”.
Un altro effetto tipico riguarda la polarizzazione. Le stesse azioni vengono nominate in modo opposto: “legittima difesa” per alcuni, “aggressione” per altri. La definizione diventa la battaglia. Il pubblico finisce per discutere più spesso le etichette che i fatti, perché l’etichetta stabilisce il giudizio morale prima ancora della ricostruzione.
Dentro questo scenario si muove anche la gestione dell’ansia collettiva. Espressioni come “attacchi chirurgici”, “deterrenza”, “prevenzione” comunicano controllo e competenza. Trasmettono l’idea di un comando che sa cosa sta facendo e di un rischio sotto misura. È un linguaggio che riduce il senso di caos e rende più accettabile l’incertezza.
Il nodo decisivo resta la ripetizione. Ogni volta che un termine viene rilanciato, diventa più familiare, più credibile, più naturale. Media tradizionali e social accelerano questo processo: una parola efficace entra nei titoli, diventa clip, si trasforma in hashtag, finisce per strutturare il modo in cui le persone parlano del conflitto.
Per cittadini e osservatori, riconoscere questi meccanismi significa guadagnare uno spazio di lucidità. Quando sentiamo “mirato”, “chirurgico”, “martirio”, “ritorsione”, vale la pena chiedersi quale immagine stiano costruendo e quale emozione stiano cercando di attivare. La guerra si combatte sui campi e si combatte anche nelle parole. Capire come vengono scelte aiuta a leggere i fatti distinguendo tra informazione e costruzione di senso.
*di Matteo Marini, consulente comunicazione politica, Founder Agenzia PolitiKon
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