l'almanacco civitavecchiese
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Ottimo Consiglio
Racconti dell’aria
LA PROCESSIONE
04 Aprile 2026 - 20:56
La processione del Cristo Risorto
C’è un istante preciso in cui il silenzio medievale di Tarquinia smette di essere contemplazione e diventa boato. Quel momento non si spiega, si vive: è il fragore dei fucili a salve che squarcia l’aria, è il ritmo incalzante della “Marcia della Risurrezione” suonata dalla banda “Giacomo Setaccioli”; è il respiro sincopato di sedici uomini che portano sulle spalle mezza tonnellata di fede e storia.
E’ la processione del Cristo Risorto di Tarquinia, per tutti “del Cristo che corre”, che torna oggi a prendersi le strade della città, per confermarsi rito identitario tra i più potenti della Maremma laziale e non solo.

Una statua tra leggenda e verità storica
Tutto ruota attorno alla splendida macchina lignea del XIX secolo. Alta 1,78 metri, la statua del Risorto è un capolavoro dinamico: il braccio alzato in segno di vittoria,il drappo rosso porpora che simboleggia regalità e sacrificio, e il vessillo bianco che sembra garrire a un vento invisibile.
Per secoli, la leggenda (**) ha alimentato la devozione: si narrava di un autore ergastolano, a cui fu promessa la libertà in cambio dell'opera, fu accecato dai committenti della Corporazione dei Falegnami affinché non potesse mai replicare una tale bellezza. La storia (***) documentale, tuttavia, ha restituito un nome certo: l'opera fu realizzata nel 1832 dallo scultore Bartolomeo Canini, su modello in gesso di Pietro Tenerani, per la cifra di 122 scudi romani. Sebbene la ricerca storica abbia superato la leggenda, nulla ha scalfito il legame viscerale dei cittadini con il simulacro.
La fatica dei portatori: una dinastia di spalle e cuore
La particolarità che rende la processione del Cristo risorto unica al mondo è il movimento. A Tarquinia quasi si corre. La "Macchina del Cristo", con i suoi 520 chili di peso, viene portata a passo spedito da squadre di portatori che si tramandano l'onore di padre in figlio. Sotto la guida del "capo macchina", i portatori dell’associazione Fratelli del Cristo Risorto, presieduta da Don Augusto Baldini, devono coordinare forza, ritmo e precisione millimetrica per evitare che l'equilibrio della statua vacilli durante le repentine accelerazioni lungo le pendenze del centro storico.
Ad aprire il varco, gli sparatori: la squadra degli sparatori anticipa l’arrivo del Cristo con esplosioni a salve, caricate a coriandoli, un fragore festoso che simboleggia la vittoria della vita sulla morte. L’emozione si fa strada con l’arrivo dei "tronchi": croci ornate di ghirlande, pesanti fino a 95 chili e alte anche 5 metri. Portarle contro le raffiche di vento richiede un’abilità quasi acrobatica, una sfida fisica che tiene il pubblico col fiato sospeso fino all'ultimo metro. Fanno parte della processione anche i portatori dei Lampioni, lo Stendardino e la Banda.

Il percorso: il trionfo sul corso e la benedizione ai campi
La processione parte intorno alle 18 dalla chiesa di San Giuseppe, nel cuore del centro storico di Tarquinia. L'itinerario prevede, secondo tradizione, un passaggio davanti all'ospedale per offrire la benedizione ai malati, quindi il rientro all'interno delle mura cittadine. Il momento più carico di pathos è la risalita lungo Corso Vittorio Emanuele. Tra «due ali di folla» il Cristo vola sopra un mare di teste, come descritto dal poeta Vincenzo Cardarelli nel “Sole a picco”: “Il Cristo che molleggia, portato a spalla sopra un mare di teste come nave in mezzo alla burrasca, si volta, e col braccio alzato posa un momento a benedire il popolo genuflesso”. Raggiunta la piazza, dopo la corsa frenetica, le campane suonano a festa tra l'applauso liberatorio dei fedeli: la statua, dopo una breve pausa davanti al palazzo comunale, riprende la sua marcia; lentamente si volta; lo sguardo oltrepassa la folla e va verso il mare e la campagna, quella campagna che con i suoi raccolti è fonte di vita e di benessere per la buona parte dei tarquiniesi. La sua benedizione, vincendo la distanza, giunge alla terra lavorata, ai campi di grano. Un gesto solenne, a sancire il legame indissolubile tra il Cristo lavoratore, cresciuto nella bottega di San Giuseppe, e il popolo che della terra vive.
Il programma
Secondo il programma tradizionale, la giornata segue una precisa scansione: ore 10 Santa Messa solenne presso la Chiesa di San Giuseppe; ore 16.30: raduno dei portatori; ore 18 partenza ufficiale della Processione dalla Chiesa di San Giuseppe.
Un rito che unisce
Tarquinia nel giorno di Pasqua ritrova se stessa. Perché la Processione del Cristo Risorto non è solo un evento religioso, ma è il «battito del cuore della città». Un rito che riesce nell'impresa di far correre insieme credenti, laici e turisti verso un unico, universale sentimento di rinascita. È una festa che coinvolge tutti, come assistere ad un trionfo: il trionfo dell'anima sul corpo, il trionfo del bene sul male, il trionfo della vita sulla morte. È un coinvolgimento che scaturisce dalla parte più intima e più profonda dell'essere.
Il percorso trionfale della statua del Cristo Risorto si chiude poi con il rientro nella chiesa di San Giuseppe. La statua, di rarissima bellezza, durante l'anno viene conservata nella Chiesa seicentesca.
Le autorità

Presiede la solenne processione il vescovo della Diocesi di Civitavecchia-Tarquinia Monsignor Gianrico Ruzza, saranno inoltre presenti le autorità civili e militari del territorio. Anche quest'anno la Ermes wifi supporterà la trasmissione in streaming: basta collegarsi al sito www.ermeswifi.it
*LA STATUA
La statua del Cristo racchiude in sé una complessa simbologia. Poggia su una nuvola di colore argento che ben rende l'idea del movimento della Risurrezione, momento in cui Cristo entra nella gloria. Dietro la statua una grande raggiera dorata simboleggia la luce divina che si irradia sull'umanità diventata, come dice San Paolo, “figlia della luce”. L'aspetto del Cristo è quello di un uomo piuttosto alto per i tempi in cui la statua venne scolpita (m. 1,78), nel pieno delle forze, con il braccio destro alzato in segno di saluto e di benedizione. Come fa notare Don Ugo Senigagliesi, il gesto ricorda l'apertura delle braccia del sacerdote nella celebrazione dell'Eucaristia, nella recita del Padre Nostro, nel segno della pace, ovvero nei segni più espressivi della comunione di Cristo con la Chiesa. Il corpo è parzialmente rivestito da un drappo rosso porpora posto sulla spalla sinistra. Il colore ha un significato ben preciso, infatti il rosso è simbolo del sangue versato dai martiri, mentre il porpora simboleggia la regalità e il sacerdozio. Il bianco vessillo della rossa croce, sostenuto dalla mano sinistra, sventola sotto l'azione di un vento invisibile che sembra trasportare il messaggio di pace del Cristo fino alle più remote terre del mondo.
**LA LEGGENDA
Secondo quanto afferma una diffusa tradizione, che quasi storicamente può dirsi vera, la Statua del Signore Risorto fu commissionata a Tarquinia dalla Corporazione dei Falegnami. Ancora oggi i portatori della Macchina indossano un camice azzurro simile a quello che vestivano per le cerimonie pasquali coloro che facevano parte della Corporazione dei Falegnami. La leggenda narra che i cornetani, per ricordare la Risurrezione, avessero dato l'incarico ad uno scultore che stava scontando una pena a vita in carcere, di scolpire nel legno un Cristo Risorto, superiore in bellezza a quanti già ne esistevano. Quando l'opera fu eseguita, il Signore prodigiosamente parlò all'artista per chiedergli dove avesse visto un'altra statua così bella e lo scultore, senza esitare, sembra che avesse risposto di averla veduta a Lucca. Racconta ancora la leggenda, che per impedire all'artista di fare, in seguito, una nuova statua della Resurrezione, identica a quella scolpita o anche più bella, venisse spietatamente accecato. In un primo momento, quindi, tutte le ricerche basate sulla leggenda, cioè sull'indicazione che aveva dato l'infelice scultore, furono svolte nella città di Lucca, in quanto egli aveva dichiarato che lì si trovava il suo modello. Anche alcuni cittadini tarquiniesi seguirono quella pista, ma senza risultato positivo.
***LA STORIA
Le prime notizie certe sulla Processione risalgono al 1778; infatti, in un manoscritto rinvenuto negli archivi della Società Tarquiniese d'Arte e Storia, si legge già che in quel tempo esisteva una Statua della risurrezione (di cui nel corso degli anni si sono poi perse le tracce), che poteva essere portata in processione soltanto dagli appartenenti alla Corporazione dei Falegnami. Probabilmente prima di tale statua, verso il 1635, anno in cui fu conclusa l'edificazione della Chiesa di San Giuseppe che era stata iniziata nel 1619, si portava in processione un “paliotto” con dipinta l'immagine della Risurrezione. Il tarquiniese Lorenzo Balduini avanza l'ipotesi che potrebbe essere quel ligneo conservato nell'anticappella di Palazzo Vitelleschi, opera del pittore Monaldo da Corneto (XVI sec.), sebbene tale teoria non trovi riscontro in nessuna documentazione. Lo stesso Balduini è stato l'autore di un'appassionata ricerca volta a conoscere l'autore della statua che ancora oggi si porta in processione, ricerca conclusasi felicemente con l'attribuzione certa dell'opera allo scultore di legno Bartolomeo Canini il quale si valse di un modello in gesso dello scultore Pietro Tenerani. Il simulacro costò alla Confraternita di San Giuseppe, che l'aveva commissionata, la somma di 122 scudi romani. La data scritta sotto il piedistallo della statua, 1832, testimonia l'anno in cui venne terminata. Il positivo esito della ricerca ha dato però un duro colpo alle leggende fiorite nel corso dei secoli sulla statua e sul suo autore, ma non ha scalfito il legame di fede che unisce i tarquiniesi al loro Cristo Risorto.
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