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Caccia Zero: l'ultimo Samurai

L'A6M Zero fu uno dei caccia più agili e letali della storia, ma il suo punto di forza si rivelò anche la sua più grande debolezza: per ottenere quella rapidità nei movimenti, i progettisti nipponici rinunciarono a blindature e serbatoi auto stagnanti, che avrebbero incrementato la sopravvivenza dell'aeromobile e dei piloti

Caccia Zero: l'ultimo Samurai

A6M5 model 52 1/48 di Paolo Colaiacomo

Il 19 maggio 1937 venne emessa una specifica preliminare per il caccia navale 12-Shi, destinato a sostituire il Tipo 96, recentemente entrato in servizio. Parteciparono al bando le aziende nipponiche Mitsubishi e Nakajima. Alla luce dell’esperienza bellica in Cina, nell'ottobre del 1937, vennero richieste prestazioni tali che la Nakajima, scoraggiata, abbandonò la competizione, lasciando la via libera alla sola Mitsubishi.

La ditta nipponica impiegò un gruppo di tecnici, guidati dal capo progettista Jiro Horikoshi, per lavorare al progetto e realizzare il primo prototipo, denominato A6M1.

Il nuovo velivolo venne dotato di un motore radiale Mitsubishi Zuisei 13 da 780 cavalli e venne completato nel marzo 1939.

Il pilota collaudatore della Mitsubishi, Katsuko Shima, portò in volo l’aeroplano per la prima volta il 10 aprile, a Kagamigaha. Al termine dei collaudi, tutti i requisiti imposti dalla specifica risultarono pienamente rispettati e persino superati, ad eccezione della velocità massima. Le prestazioni velocistiche del caccia migliorarono significativamente quando la Mitsubishi installò il motore Nakajima NK1C Sakae 12, a partire dal terzo prototipo.

Inoltre, sotto il ventre della fusoliera poteva essere installato un serbatoio supplementare sganciabile da 330 litri. Caratteristica davvero insolita era l'ala, che possedeva dei vani a tenuta che, assieme a una sacca impermeabile disposta in fusoliera, assicuravano il galleggiamento in caso di ammaraggio (una valvola nel cockpit azionava il gonfiaggio). Il posto di pilotaggio era angusto per gli standard occidentali, ma era coperto da un tettuccio che, seppur ricco di intelaiature, offriva un'ottima visibilità di 360 gradi.

I primi Zero erano armati con due cannoni da 20 mm montati sulle ali e due mitragliatrici da 7,7 mm posizionate davanti al pilota. Non disponevano di blindatura nella fusoliera e nel tettuccio, né erano dotati di serbatoi autoestinguenti.

Nell'autunno del 1943, venne introdotta la nuova versione A6M5 (Modello 52b), che si differenziava dalle precedenti per l'introduzione di un motore migliorato Sakae 21 e, soprattutto, per un armamento potenziato, composto da due cannoni da 20 mm e tre da 13,2 mm.

Sotto le ali potevano essere appese due bombe da 60 chilogrammi. Il 52B fu anche il primo degli Zero a disporre di una limitata protezione passiva, sotto forma di un blindovetro frontale da 50 millimetri, seggiolino blindato per il pilota ed estintori automatici per i serbatoi del combustibile.

L'A6M5 era migliore sotto molti aspetti ma armamento e blindatura lo rendevano più pesante e meno manovrabile.

Gli alleati rimasero sbalorditi quando il Mitsubishi A6M Zero comparve alla testa delle formazioni d’attacco su Pearl Harbor il 7 dicembre 1941. Lo Zero non era una novità, nemmeno allora, ma l’Occidente aveva sottovalutato il Giappone, ritenendo impossibile che possedesse un caccia di tale calibro.

A6M3 model 22 1/48 di Luigi Scarano

Gli Stati Uniti non ritenevano che lo Zero potesse causare seri problemi ai propri caccia, come F4F o P-40: per loro, l'idea che il Giappone producesse un aereo da combattimento di eccellente qualità era considerata un'ipotesi remota. Inutile dirlo: erano valutazioni totalmente errate.

Il Mitsubishi A6M2 ebbe il suo primo scontro il 13 settembre 1940, in Cina, quando tredici velivoli, guidati dal tenente Saburo Shindo, sorpresero un reparto di I-15 e I-16. Alla fine, nessun aereo cinese fece ritorno alla base, mentre gli Zero rimasero tutti indenni.

All'inizio della guerra nel Pacifico, la marina giapponese disponeva di 521 caccia imbarcati, tra cui 327 A6M2, che parteciparono con successo alle operazioni di Pearl Harbor e nelle Filippine. Fino alla battaglia delle Midway, gli Zero operarono quasi senza opposizione nei cieli del Pacifico; il caccia si rivelava semplicemente troppo agile e veloce per qualsiasi aereo avversario. Combatterono praticamente senza resistenza, affrontando velivoli più lenti e meno manovrabili provenienti da Stati Uniti, Regno Unito e Paesi Bassi, che erano generalmente modelli statunitensi più datati.

Successivamente, si verificò un evento tanto inatteso quanto significativo, che avrebbe modificato la percezione dello Zero e messo in evidenza i suoi limiti. Nel luglio del 1942, gli americani rinvennero un esemplare di A6M2 cappottato e parzialmente affondato in una palude sull'isola di Akutan, a circa mille miglia a ovest dell'Alaska.

Il 4 giugno 1942, il diciannovenne pilota Tadayoshi Koga, dopo essere stato colpito dalla contraerea durante un attacco a una base terrestre, con la pressione dell'olio motore drasticamente in calo, tentò di atterrare su quello che doveva sembrargli un terreno erboso, ma che in realtà si rivelò essere una palude.

A6M5 model 52 1/48 di Paolo Colaiacomo

Gli esiti dell'atterraggio furono catastrofici per il pilota, che perse la vita; tuttavia, l'aereo rimase sostanzialmente intatto. Così, il 10 luglio, un ricognitore americano scorse il relitto sull'isola di Akutan e avviò le operazioni di recupero. Alla fine di settembre del 1942, gli americani avevano "catturato" lo Zero, che testarono ampiamente a San Diego, in California, scoprendo informazioni significative sul caccia nipponico, tra cui l'incapacità dello stesso di manovrare ad alta velocità e la tendenza a mantenere una traiettoria rettilinea anziché girare a destra durante una forte picchiata. Inoltre, rimasero sorpresi nello scoprire che l'aereo non era dotato di un abitacolo corazzato, né di serbatoi per il combustibile autosigillanti, circostanza che causò numerose perdite tra i piloti nipponici, rendendolo molto vulnerabile al fuoco dei caccia nemici.

Conoscendo i pregi ma soprattutto le debolezze dell'avversario, gli Stati Uniti colmarono le lacune tra i propri aerei e quelli del Sol Levante: i piloti appresero a evitare combattimenti manovrati ("dogfight") a bassa velocità, preferendo attacchi in picchiata, sfruttando la velocità superiore e le migliori corazzature dei propri velivoli. Inoltre fu fondamentale per la Marina Americana, l'introduzione di un nuovo velivolo, più potente e tecnicamente superiore: il Grumman F6F Hellcat, il caccia che avrebbe abbattuto il maggior numero di aerei giapponesi.

Dal 1943 in poi, il problema principale dello Zero non risiedeva nella sua cellula, ma nel suo propulsore. Il motore radiale Sakae da 1.000 hp poteva essere considerato accettabile nel 1939, ma la tecnologia dei motori stava avanzando troppo rapidamente. Nel 1942, gli Alleati schieravano caccia con motori radiali in grado di generare oltre 2.000 cavalli (l'R-2800 nel Thunderbolt) e motori in linea che superavano i 1.700 cavalli (il Griffon nello Spitfire Mk XII).

Questo perché l'A6M era progettato specificamente per un paese che pianificava un conflitto in cui la portata era fondamentale e che non disponeva di un'industria capace di produrre motori ad alta potenza o carburante ad alto numero di ottani in quantità adeguate. I giapponesi non riuscirono mai a superare questi ostacoli durante la guerra, e l'aereo non poté mantenere il passo né compiere il salto qualitativo necessario per essere competitivo, se non superiore, rispetto ai caccia occidentali. Inoltre, come già evidenziato, in mano a piloti esperti, il caccia del Sol Levante era in grado di conseguire risultati straordinari e abbattere qualsiasi velivolo, ma proprio questo stesso aspetto si rivelò un difetto fatale.

L'esperienza di questi piloti era insostituibile e la dottrina del "vola fino a morire" accentuò questa vulnerabilità; mentre l'attrito e le perdite si accumulavano, il Giappone perdeva i suoi migliori piloti e non riusciva in alcun modo a farvi fronte con nuove leve.

A6M3 model 22 1/48 di Luigi Scarano

Dall'altra parte, gli Stati Uniti erano in grado di ruotare i piloti esperti, rimpatriandoli per addestrare nuove squadre e trasferire le competenze e le esperienze acquisite.

Alle isole Midway gli Zero abbatterono quasi tutti gli F4F Wildcat della marina statunitense, ma la marina nipponica perse 4 portaerei, subendo un durissimo colpo.

Pur possedendo ancora due portaerei equipaggiate con 44 A6M2, l'ammiraglio Nagumo ordinò il trasferimento a terra di tutti gli Zero.

Gli A6M2, operando dalle basi terrestri, avevano già conseguito notevoli successi nei primi otto mesi del conflitto, e i piloti erano stati adeguatamente addestrati per sfruttare al massimo le capacità di autonomia del velivolo, partendo dalle basi di Formosa per le operazioni contro le Filippine. Fu in quella fase del conflitto che si distinse uno dei più noti assi della caccia, Saburo Sakai. Questo pilota si distinse per aver abbattuto almeno 28 aerei e la sua capacità di gestire il carburante, fino ad avere l'incredibile autonomia di 12 ore.

I reparti di Zero basati a terra più attivi furono il Tainan Kokutai e il 3° Kokutai, che in un periodo di soli tre mesi (primavera 1942) misero fuori combattimento circa 550 aerei americani e alleati.

Qualche mese più tardi, la battaglia per Guadalcanal rappresentò uno smacco per il Giappone, così il 7 febbraio 1943 le truppe furono costrette ad abbandonare l'isola. Avevano subito la perdita di 893 aerei, tra i quali una parte consistente degli Zero presenti sull'isola.

Nell'autunno del 1943, i reparti di prima linea ricevettero gli A6M5 e A6M5b modello 52b. Quando gli Alleati approdarono a Leyte, la maggior parte dei reparti della marina nipponica era equipaggiata con questi aerei, che non furono tuttavia in grado di fronteggiare né numericamente né tecnicamente la superiorità ormai saldamente acquisita dai caccia dell'US Navy.

Il 25 ottobre 1944 ebbero inizio gli attacchi dei Kamikaze, ai quali furono assegnati cinque Zero con volontari del 201° Kokutai. A parte questo specifico e limitato impiego, gli Zero equipaggiarono anche i reparti a difesa del territorio metropolitano del Giappone, in mancanza di un quantitativo sufficiente di intercettori notturni. Alcune di queste unità modificarono i loro A6M5d montando in fusoliera, alle spalle del pilota, un cannone da 20 mm che sparava obliquamente verso l'alto e a sinistra (con nuova designazione A6M5d-S).

La Mitsubishi costruì complessivamente 3879 esemplari dello Zero mentre la produzione Nakajima ammontò a 6570 velivoli.

A mio parere, lo Zero fu un aereo straordinario, che segnò la storia del Giappone e mondiale in campo aeronautico. Forse fu il caccia più mitizzato, a volte considerato invincibile (nel 41-42); altre volte, un aereo con cui fare il "tiro al tacchino" (43-45). La verità, come spesso accade, sta nel mezzo: il velivolo presentava numerosi aspetti favorevoli, quali autonomia, agilità ed un armamento adeguato; tuttavia, l'incapacità dell'industria aeronautica giapponese di potenziare la macchina, in particolare il motore ed il suo intrinseco problema di protezione insufficiente, lo resero man mano più vulnerabile agli attacchi avversari. Le industrie statunitensi, dal canto loro, avevano sviluppato nuovi caccia progettati specificamente per superare le prestazioni dello Zero, con caratteristiche nettamente superiori.

Malgrado dal 1943 l'A6M risultasse superato sotto molti aspetti, ad eccezione della manovrabilità, i piloti giapponesi esperti furono in grado di sfruttare questo vantaggio, offrendo una resistenza notevole agli Stati Uniti. Lo Zero, pertanto, nonostante le sue limitazioni, mantenne la sua reputazione di caccia temibile fino all'ultimo giorno di guerra.

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