Racconti dell'aria
05 Dicembre 2023 - 09:57
05 Dicembre 2025 - 05:38
CIVITAVECCHIA – Una Julienne Moore da premio Oscar è la protagonista di “Still Alice”, film drammatico del 2014 diretto da Richard Glatzer e Wash Westmoreland e tratto da un romanzo della neuroscienziata Lisa Genova intitolato “Perdersi”. Il concetto della perdita, in senso fisico e figurato, rappresenta il tema portante di questo film: si affronta il precoce verificarsi e lo spietato incedere della malattia di Alzheimer proprio tramite il personaggio interpretato da Moore, la professoressa Alice Howland, una donna realizzata e soddisfatta della sua vita che a cinquant’anni si ritrova a fare i conti con la perdita di memoria. Inizialmente convinta che si tratti soltanto di piccoli e sporadici episodi, tipici
della mezza età, la diagnosi di una forma di Alzheimer presenile e genetica la costringe a mettere completamente la sua vita in discussione. Con il progredire della malattia, lo spettatore assiste non soltanto al graduale cambiamento di Alice, ma anche a quello dei membri della sua famiglia, specialmente della figlia Lydia, interpretata da Kirsten Stewart. La giovane attrice riesce a calarsi nella parte di una ragazza che, costretta dalle necessità, si ritrova con sempre maggiore frequenza
a esercitare un ruolo canonicamente associato alle madri, fatto di cura, comprensione e accudimento. L’incapacità di accettare la malattia della genitrice e la frustrazione che da ciò deriva si trasformano in un iniziale rifiuto, che tuttavia soltanto con maturità, amore e consapevolezza riesce a sbarazzarsi di un’ingombrante crosta dura e a mostrare un interno fragile, fatto di paure, incertezze e preoccupazioni. Sensazioni e sentimenti che fanno da collante per le due donne e che permettono loro di rinnovare il rapporto madre-figlia in una nuova forma in cui non smettono mai di mancare l’accettazione e l’amore, quei due ingredienti fondamentali che fanno sì che sia possibile ritrovarsi anche dopo essersi persi. Ma più di tutto “Still Alice” è un film in grado di rappresentare la disabilità con estrema dignità e umanità, senza il pietismo in cui spesso si cade quando si affrontano argomenti simile, ma semplicemente come uno dei tanti modi in cui può evolvere la vita;un perfetto esempio di cinema sociale che è in grado di far luce con rispetto e delicatezza su un argomento ancora oggi tabù.
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