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L’analisi

Nella Tuscia persi 2.512 artigiani in 11 anni

L’ufficio studi della Cgia di Mestre mostra un trend in netto calo dal 2012 al 2023

Nella Tuscia persi 2.512 artigiani in 11 anni

Artigiani, nella Tuscia calo del 23,4% tra il 2012 e il 2023 e 45° posto in Italia: dato superiore alla media nazionale dell’1,4%. Inesorabili i dati elaborati dall’osservatorio dell’ufficio studi della Cgia di Mestre su fonti Inps e Infocamere/Movimeprese. Il calo degli artigiani e delle imprese è stato continuo: in Italia nel 2012 c’erano poco meno di 1 milione e 867 mila artigiani e, dopo un netto e costante calo (interrotto solo nel 2021 per l’”effetto covid”), è ripreso fino al quasi milione e 457 mila unità del 2023. Nella provincia di Viterbo si è passati, in senso assoluto, da 10.716 artigiani del 2012 agli 8.204 del 2023 (i dati riguardano sia i titolari/soci che i collaboratori familiari, questi ultimi pari al 7,2% del totale degli artigiani, a livello nazionale, nel 2023). La flessione nel Viterbese è stata pari, in 11 anni, a 2.512 unità. Nel Lazio la provincia con il calo relativo più ampio è stata quella di Rieti (44° in Italia) e pari al -23,5%, quindi quasi uguale a quella della Tuscia, la seconda peggiore del Lazio. Segue la provincia di Latina (-20,8% e 66° posto nazionale), quindi Frosinone (-20,7% e 68° posto) e la città metropolitana di Roma (-16.7% e 91° posto).

La peggiore provincia italiana è Vercelli con il calo del 32,7% di artigiani, seguita da Rovigo (-31,0%); Lucca (-30,8%); Teramo (-30,6%); Biella (-30,3%); Parma (-29,5%); Pescara (-29,3%); Mantova (-28,9%); Massa-Carrara (-28,8%) e Chieti (-28,7%). Tra le regioni la peggiore è stata l’Abruzzo con il -29,2%, seguita dalle Marche (-26,3%); Piemonte e Umbria (-25,8%) e Toscana (-24,5%). Il Lazio è 14° con un calo medio del 19,0%. Il fenomeno di riduzione degli artigiani (il segno meno è ovunque) ha provocato l’aggregazione di molte imprese medio-grandi riducendo drasticamente le botteghe familiari locali: questo ha provocato non solo effetti economici ma anche sociali impattando sul decoro e vivibilità dei centri storici, sulla sicurezza urbana e creando disagi specie agli anziani, spesso impossibilitati a spostamenti presso le grandi strutture di vendita.

Se è vero che gli artigiani tradizionali sono generalmente in calo è anche vero che nuove categorie come addetti al settore bellezza e dell’informatica sono invece cresciuti.

Tra i motivi più impellenti sul calo degli artigiani ci sono l’invecchiamento progressivo della popolazione e, quindi, l’insufficiente ricambio generazionale; la forte concorrenza della grande distribuzione; la diffusione su larga scala del commercio elettronico; il caro-affitti e delle tasse in Italia. Altro punto centrale del calo di interesse per l’artigianato è stata la scuola. Gli istituti professionali, secondo la Cgia di Mestre, sono stati scelti dalle famiglie dei ragazzi meno studiosi nei licei e in altri istituti come ultima via per fare diplomare i propri figli e non per la valenza all’avviamento professionale. Quindi si segnala la non ancora compiuta alternanza scuola-lavoro. Molte imprese stanno lamentando le difficoltà di reperire figure artigiane e, il dato che evidenzia ciò, è per esempio che in Italia ci sono più avvocati che idraulici

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