di Fabio Angeloni, ex Cda Osservatorio



CIVITAVECCHIA – Fateci caso. È un prurito. Il prurito di abbattere, spianare, cementificare. Il tutto, sia chiaro, sbandierando il feticcio della "riqualificazione". Un termine che ormai, in bocca a certi amministratori, ha lo stesso sapore di una minaccia.
A Civitavecchia, in piazza Regina Margherita, sta andando in scena l’ennesimo teatrino dell’assurdo. Una politica che definire "impreparata" è un atto di estrema generosità, ha deciso che per rifare il mercato bisogna far fuori sedici lecci storici. Sedici. Non arbusti qualsiasi, ma giganti che hanno visto generazioni di civitavecchiesi passare sotto le loro fronde.
Ma il punto non è solo il "cuore", il sentimentalismo o la memoria. Il punto è la competenza. Questi signori non parlano la lingua di "sostenibilità" come io potrei parlare di fisica quantistica dopo un mojito di troppo: a caso. Non sanno cosa sia l'approccio ESG (Environmental, Social, and Governance). Non hanno la minima idea di cosa significhi oggi progettare uno spazio pubblico e sostenibile.
L’importante è venire bene nei selfie, essere giovani o almeno passarsi come tali ad ogni costo. Questa eterni ragazzi, del resto, cosa facevano nella vita normale? Per lo più dignitosissimi mestieri senza responsabilità di progetti e di uomini. E ora si trovano ad amministrare una città che consuma 50 milioni l’anno con un comune di 800 dipendenti.
Mentre loro studiano come "decimare" gli alberi (perché sì, siamo arrivati alla conta ridicola: "questo sopravvive, questo lo trapiantiamo" – che è il modo elegante per dire "lo facciamo morire altrove"), il mondo corre in un’altra direzione.
Andate a vedere la stazione di Atocha a Madrid: una foresta dentro una stazione. Guardate Singapore, dove l’aeroporto è diventato un ecosistema pluviale.
O fatevi un giro anche virtuale su Amazon alle Spheres di Seattle: il tempio del capitalismo mondiale spende miliardi per costruire biodomi dove gli alberi sono il centro del progetto, perché hanno capito – loro sì – che il verde è valore, è benessere, è futuro.
L’idea di sostenibilità della politica locale è come un vestito di tre taglie più piccolo: decimare i lecci per far spazio a un progetto mediocre (eppure costerà 6 milioni di euro) è l'esatto opposto della sostenibilità. È arroganza mista a ignoranza.
E adesso che fare? La soluzione è di una semplicità disarmante: ritirare il progetto. Non per fare un favore al Comitato, non per "gentile concessione". Ma perché è un progetto sbagliato. Punto. Ammettere l'errore richiederebbe coraggio, dote rarissima in certi palazzi. È molto più facile avere la faccia tosta di tirare dritto, nascondendosi dietro i tecnicismi e i bandi da non perdere.
Cari amministratori, ritirate il progetto. E fatelo subito. Perché la memoria di una città non si trapianta.
E l’ ignoranza,( compreso la vostra) purtroppo, non si pota.
Fabio Angeloni
ex Cda Osservatorio Ambientale