CIVITAVECCHIA – Dopo la sentenza del Consiglio di Stato sul biodigestore di Ambyenta Lazio, il Pincio prova a guardare avanti con un obiettivo dichiarato: ridurre e mitigare il più possibile l’impatto di un impianto che, pur considerato sovradimensionato per il territorio, sembra ormai una realtà con cui dover fare i conti. A ribadirlo è il sindaco Marco Piendibene, che rivendica il percorso di opposizione portato avanti dal Comune – prima con la precedente amministrazione Tedesco, maggioranza e opposizione insieme, e adesso con la sua - e chiarisce la strategia della fase che si apre ora.

Il primo cittadino ripercorre le radici della vicenda, richiamando le scelte regionali sul ciclo dei rifiuti adottate negli anni a partire dalla giunta Zingaretti. «La Regione – spiega – aveva indicato come prioritaria la chiusura del ciclo attraverso la raccolta differenziata, prevedendo per ogni comprensorio impianti di trattamento adeguati». In questo quadro, Civitavecchia risultava però priva di strutture fondamentali: trattamento dell’umido, riciclo di plastica e carta, Tmb per ridurre lo scarto in discarica. Un vuoto che, secondo Piendibene, non è stato colmato per tempo dal Comune, aprendo spazi all’iniziativa privata, inevitabilmente avallata dalla Regione. È così che si inserisce il progetto del biodigestore anaerobico di Ambyenta Lazio, «un impianto che non brucia rifiuti e non è un inceneritore – precisa il sindaco – ma che produce biometano dalla fermentazione della frazione organica». Il nodo, però, resta la taglia: 120 mila tonnellate annue, giudicate da sempre eccessive rispetto alle esigenze del comprensorio. «Ricordo le manifestazioni e l’opposizione politica di allora – sottolinea – condivisa da maggioranza e opposizione». Da qui i ricorsi: prima al Tar, predisposti dall’amministrazione dell’epoca con l’allora assessore Magliani e il consulente legale Michetti, poi l’ultima carta del Consiglio di Stato, affidata allo studio Mattarella. Entrambi con esito negativo. «Dopo la sentenza del Consiglio di Stato la partita cambia – afferma Piendibene – ma non ci arrendiamo. L’obiettivo adesso è limitare il più possibile l’impatto di questo impianto sul nostro territorio». Tra le azioni annunciate: la gestione dei percorsi dei mezzi pesanti, l’installazione di sensori e “nasi elettronici” per monitorare odori e qualità dell’aria, controlli stringenti sul funzionamento dell’impianto e un’interlocuzione costante con la società. Sullo sfondo anche il tema economico: oggi Civitavecchia spende circa due milioni di euro l’anno per conferire l’umido fuori provincia. «A questo punto un impianto in loco – osserva il sindaco – potrebbe incidere sulla Tari, alleggerendo le bollette dei cittadini».

Più netta e politica la posizione dell’ex delegata dell’amministrazione, Roberta Galletta, che parla di «ulteriore fattore di stress ambientale» in un’area già segnata da decenni di pressione industriale. Per Galletta il rischio è che Civitavecchia diventi il terminale finale dei rifiuti regionali, senza benefici reali per la comunità, con ricadute su traffico, salute e qualità della vita. Da qui l’appello a non considerare la sentenza come una resa: «Le decisioni giudiziarie definiscono la legittimità degli atti, ma non il destino di una città. Quel destino appartiene alla politica e ai cittadini». Un invito a costruire un fronte unitario e una mobilitazione ampia in difesa del territorio, perché, conclude, «Civitavecchia ha diritto a salute, tutela ambientale e a una prospettiva diversa».