A Civitavecchia c’è un modo antico e spietato per descrivere chi resta fregato su tutta la linea: “fa la fine del cerasaro”. Nel nostro dialetto è l’immagine di chi va a raccogliere le ciliege, o cerase, e torna a casa senza niente… e pure con qualcosa di rotto. Una metafora ruvida ma perfetta per raccontare ciò che rischia seriamente di accadere al Comune tra biodigestore e mercato.

Partiamo dal biodigestore. Dopo aver perso al Tar, Palazzo del Pincio ha incassato anche la bocciatura del Consiglio di Stato. Tradotto: il progetto approvato anni fa dalla Conferenza dei servizi in Regione Lazio, quando Nicola Zingaretti era presidente, resta in piedi. Un impianto anaerobico pensato su scala enorme, capace di trattare l’umido ben oltre i confini cittadini, fino a diventare di fatto un riferimento per i rifiuti di Roma e provincia, ossia dell’ambito territoriale della Città Metropolitana tanto decantata da Piendibene e dal Pd (ad esclusione dell’ormai ex sindaco Tidei, che insieme a Baccini e al centrodestra di era fatto promotore dell’uscita dall’area di influenza della Capitale, per fondare la nuova Provincia Porta d’Italia, di Civitavecchia e Fiumicino).

Ora il Comune non solo non ha più margini per fermarlo, ma rischia un contenzioso milionario con la società proponente.

Il paradosso è devastante: mentre si combatteva una guerra persa, invece di trattare su riduzione della taglia e compensazioni — magari uno sconto Tari per i civitavecchiesi che si sorbiscono l’impianto romano — l’amministrazione Piendibene, con l’assessore Giannini, ha pensato bene di proporre anche 3-4 impianti aerobici per l’organico locale. Piccoli, certo. Ma puzzolenti. Risultato? Il rischio concreto è di ritrovarsi con il mega biodigestore di Zingaretti, più gli impiantini aerobici di Giannini, e in più i danni da pagare. Più cerasaro di così.

E veniamo al mercato. Anche qui la sceneggiatura è identica: decisioni anticipate, gestione approssimativa, cronoprogrammi saltati. Gli operatori sono stati spostati già a dicembre, su spinta di D’Antò, perdendo l’intero periodo natalizio. Doveva essere un sacrificio momentaneo per accelerare i lavori PNRR. Peccato che oggi i lavori siano ancora fermi e già drammaticamente indietro, mentre il contratto prevede oltre 500 giorni di cantiere e la scadenza per il finanziamento è il 30 giugno.

Come se non bastasse, è esplosa la questione alberi. Giannini aveva chiesto una seconda perizia — che poi si è rivelata contraddittoria rispetto alla prima — ma non l’ha mai trasmessa alla Soprintendenza, che si è espressa su documenti incompleti. Ora, scoperto tutto grazie a storici e ambientalisti, l’ente ha bloccato l’iter e disposto una terza superperizia. Altro stop, altri mesi persi. E dopo 90 giorni l’impresa può chiedere la risoluzione del contratto con richiesta danni.

Il finale possibile è identico al biodigestore: niente piazza riqualificata, mercato spezzato, fondi PNRR a rischio e Comune chiamato a pagare. Ancora una volta senza cerase e con il conto salato da saldare. Qui non è solo incapacità: è una catena di errori che porta dritta alla fine del cerasaro.

A pagare in soldoni sarà il Comune, e quindi i cittadini. Ma il prezzo politico di tanti sbagli qualcuno al Pincio dovrà pur pagarlo.

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