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L’almanacco civitavecchiese

Giulio Pazzaglia, servitore di otto papi

Era il 28 febbraio 1743 quando Giulio Pazzaglia, assentista per decenni della flotta pontificia, si spegneva in una cella del convento dei frati cappuccini di Civitavecchia: “Cinque lustri prima di morire Giulio pensò alla sua sepoltura: e fabbricò la chiesa e il convento di san Felice sul colle di Belvedere pei suoi Cappuccini; certo che da essi non sarebbe più dimenticato il beneficio, né il suffragio. Nel mezzo della chiesa, e presso al presbiterio, riposano le ossa onorate; e sulla parete si leggono ancora i ricordi della sua fondazione”. Così scriveva padre Alberto Guglielmotti nel nono volume della sua “Storia della Marina pontificia”. Il frate domenicano è il primo biografo del navigante e imprenditore civitavecchiese che era nato nel 1662 da Biagio, nativo dell’Isola d’Elba e anche lui uomo di mare. Nel paragrafo dedicato al Pazzaglia, padre Alberto scriveva che “quegli che io non potrò ormai più richiamare alla marina nei fasti successivi della sua patria sarà il capitano Giulio Pazzaglia, nel cui nome s’incentrano la storia e l’amministrazione navale di un secolo”. Sette volte gli fu affidato l’assento della flotta pontificia, cioè la gestione della flotta e dei galeotti e schiavi che fungevano da forza motrice. Nel settimo contratto d’appalto si stabiliva addirittura che “perché la ciurma ora è piena a ribocco di schiavi turchi, si toglieranno i rematori di bonavoglia”. Pazzaglia divenne l’uomo più ricco e potente della città ma nel 1718 decise di abbandonare il suo palazzo in via di San Giovanni “tale casa è bella e situata nel posto più elevato della Città, dove gode di buona e d’una bellissima vista” e inoltre “adorno di ricche suppellettili e con cappella e diritto di carrozza”. Dal lusso passò alla povertà e semplicità delle nude celle del convento dei frati cappuccini sul Colle del Belvedere, la cui costruzione aveva ampiamente finanziato. Quando i pontefici avevano problemi a Civitavecchia, si rivolgevano a lui. Dopo che le comunità ebraiche di Livorno, Ancona e Roma avevano rinunciato a creare un loro quartiere nel porto tirrenico, le già costruite dimore furono acquistate dall’assentista ed affittate ai pescatori napoletani che venivano in città per trovare un lavoro dignitoso e sufficiente a sfamare le loro famiglie. Nel suo testamento Pazzaglia ricordò i suoi frati cappuccini con larghe donazioni e i frati domenicani a cui apparteneva suo fratello Giacomo Filippo, in religione Tommaso Maria. Profondamente religioso, il capitano Giulio Pazzaglia volle che la chiesa di San Felice da Cantalice fosse arricchita dalle reliquie di una martire tratte dalle catacombe romane. Abbiamo così Santa Costanza, corposanto ancora oggi custodito nella chiesa cappuccina. Quest’anno sarà celebrato il trecentesimo anniversario del loro arrivo in città, festeggiamenti già aperti con la presentazione ad ottobre del bel libro a lei dedicato. Giulio Pazzaglia non ha nessun riconoscimento toponomastico: la città, lo ha dimenticato.

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