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18 Marzo 2026 - 13:30
Nel centro storico di Civitavecchia, tra il 2012 e il 2025, sono sparite 114 imprese commerciali. Tradotto: il 22,3% delle attività. È il dato più duro contenuto nell’intervento diffuso da Tullio Nunzi, che richiama le elaborazioni dell’Osservatorio sulla demografia d’impresa di Confcommercio e del Centro studi Guglielmo Tagliacarne e chiede «interventi immediati e consistenti».
Il quadro, numeri alla mano, è quello di un tessuto commerciale che arretra nei settori più legati alla vita quotidiana della città. Le edicole sarebbero passate da 12 a 3, i distributori di carburante da 13 a 7, le ferramenta da 49 a 33, mentre i negozi di abbigliamento e calzature sarebbero scesi da 95 a 53, «un calo che si avvicina al 50%». Tengono, con variazioni più limitate, libri e giocattoli. Crescono di tre unità i negozi di telefonia.
Il dato che Nunzi mette in evidenza è però soprattutto un altro: mentre i negozi di prossimità si riducono, avanzano le attività legate al turismo e al consumo fuori casa. Non tanto gli alberghi, che resterebbero sostanzialmente stabili, quanto l’extralberghiero, indicato in crescita da 3 a 25 strutture nel solo centro storico. Un cambio di pelle che, letto insieme al numero crescente di locali sfitti, rischia di incidere sulla vivibilità urbana prima ancora che sugli equilibri economici.

C’è poi un elemento che negli ultimi mesi, dal centro fino alla periferia, è diventato sempre più visibile: il moltiplicarsi dei minimarket e degli esercizi non specializzati. Basta percorrere le strade commerciali della città per rendersi conto di una trasformazione sotto gli occhi di tutti, con serrande storiche abbassate e nuove aperture spesso tutte uguali fra loro. È un segnale che pesa non solo sui commercianti tradizionali, ma anche sull’immagine che Civitavecchia prova a costruirsi come città turistica. Perché se da una parte si parla di rilancio del centro, decoro e accoglienza, dall’altra la fotografia reale restituisce una rete commerciale sempre più impoverita e meno riconoscibile.
Nel comunicato si segnalano anche alcune anomalie: i bar, pur restando numerosi, sarebbero scesi da 83 a 63, mentre crescerebbero in modo marcato gli esercizi non specializzati, categoria dentro cui rientrano alimentari e non alimentari, discount, minimarket ed empori. «Una situazione preoccupante», la definisce Nunzi, che lega il tema del commercio a quello della rigenerazione urbana e sostiene che «i negozi di vicinato ed i mercati ambulanti sono un presidio fondamentale di socialità, servizio e sicurezza per i Civitavecchiesi».
La linea proposta è quella di un piano d’emergenza: detassazione locale per tre anni sulle nuove aperture, decontribuzione sui contratti di lavoro, forte semplificazione burocratica e un diverso rapporto fiscale con i giganti dell’online. Sullo sfondo c’è anche il nodo del porto e del crocierismo, che secondo Nunzi porta a Civitavecchia «trecentomila persone», dato che in altri contesti è arrivato anche a 800mila persone annue, l’anno senza che questo si traduca in un beneficio proporzionato per il commercio di prossimità. La prossima tappa, adesso, è il tavolo di coordinamento costituito di recente: è lì che questi numeri dovranno uscire dai comunicati e trasformarsi in misure concrete.
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