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Sette mesi di liti e decisioni mancate

Le fasi del governo Saladini che hanno portato alla disfatta di ieri

Sono passati sette mesi e qualche giorno da quell’afoso lunedì di giugno in cui praticamente due terzi della città che era andata a votare al turno di ballottaggio aveva scelto Gino Saladini e una nuova e radiosa, così almeno era stato promesso, fase della vita amministrativa della città.
Civitavecchia usciva non indenne da un anno di commissariamento nel quale l’aveva trascinata la caduta della prima amministrazione di centro destra, uscita di scena in un modo certamente inglorioso e, si credeva almeno fino ad oggi, che non avrebbe più avuto uguali. L’anno di assenza dalla politica aveva comunque soffocato e rallentato l’ordinaria amministrazione. La gente insomma, badando poco agli ideali e all’appartanenza politica aveva sperato e creduto che Gino Saladini compisse quell’inversione di tendenza che tutti auspicavano. Ma già i più scaltri, durante le ultime battute della campagna elettorale, avevano capito che proprio tutto non quadrava. I cappelli politici ed alcune scelte nella composizione delle liste elettorali, ivi compresa quella che portava il nome dell’aspirante Sindaco, avevano fatto scattare più di qualche campanello d’allarme.
Dall’insediamento poi, alla fine di giugno, non si può dire che ci sia stato un giorno completamente sereno per Gino Saladini e la sua coalizione. Primo scoglio l’elezione del Presidente del Consiglio, avvenuta a maggioranza e dopo tre scrutini. Tiziano Cerasa, una volta sul massimo scranno dell’aula Pucci, ha regalato alla città una delle più brutte pagine della storia politico-amministrativa, determinando, con il rinvio, deciso autonomamente, del Consiglio aperto sul Porto, addirittura l’occupazione dell’Aula Pucci da parte delle opposizioni che, da quale momento, non hanno più partecipato alle conferenze dei capigruppo. Ma la storia dell’amministrazione è costellata di piccoli grandi casi politici, a partire dalla frattura sul caso Ater, ente del quale alla fine il Consiglio all’unanimità chiede il commissariamento, pur con il disaccordo dei Ds, che alla fine votano solo per spirito di maaggioranza. Fino ad arrivare al caso Ato 2, che ha segnato una profonda frattura all’interno della coalizione tra chi, come i Ds e lo stesso Saladini, volevano un accordo a tutti i costi con Acea e chi come la Margherita, si è invece opposta con tutte le sue forze, al punto di non digerire la riunione di maggioranza convocata in corsa appena prima del voto. Ma mentre l’opposizione pungola incessantemente la maggioranza sul mai risolto caso Cerasa, i partiti che sostengono Saladini affilano le armi per gli incarichi, vicenda che ha poi causato la rottura definitiva con Reginella, Bergodi e Di Gennaro, tre dei firmatari. Ora la palla passa al Ministro degli Interni cui spetta la nomina del commissario che dovrà traghettare la città fino alle nuove elezioni, che si svolgeranno già in primavera.

(19 Gen 2007 - Ore 14:55)

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