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Schiavitù, chiesto il rinvio a giudizio per tre imprenditori

TARQUINIA. Operazione Kunta Singh, chiusa la fase delle indagini preliminari. Inchiesta condotta dalla Polizia su coordinamento della DDA
Coinvolti Lucio Tombini, l’indiano suo collaboratore e Romolo Arpini

TARQUINIA - Novità nell’ambito dell’operazione ‘’Kunta Singh’’: chiesto il rinvio a giudizio per i tre imprenditori coinvolti nell’ambito dell’indagine sulla riduzione in schiavitù. Il sostituto procuratore della Repubblica della Direzione distrettuale antimafia, dottor Roberto Staffa, in base agli atti di indagine raccolti dagli investigatori del Commissariato di Tarquinia diretto dal dottor Riccardo Bartoli (nella foto), ha infatti chiuso la fase delle indagini preliminari e chiesto il rinvio a giudizio per Lucio Tombini, 45 anni, titolare del caseificio con sede a Tarquinia e Monte Romano. Stessa richiesta anche per Singh Bolwinder di 52 anni, indiano da tempo residente a Tarquinia e stretto collaboratore di Tombini, faccendiere dell’azienda che produce latte e formaggi. Nel calderone è finito anche un altro noto imprenditore agricolo tarquiniese Romolo Arpini. L’accusa, inserita nella richiesta di rinvio a giudizio, per i primi due è di riduzione in schiavitù, mentre per tutti e tre ci sarebbe il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, e non solo. Tra i pochi particolari emersi circa l’indagine, sembrerebbe che Arpini nel 2009 aveva avviato una pratica di emersione, dichiarando che uno straniero veniva impiegato presso la propria famiglia con lo scopo di occuparsi della madre. In base a quanto accertato dagli investigatori, lo stesso indiano veniva invece ridotto in schiavitù presso il caseificio di Tombini. L’inchiesta, come si ricorderà, aveva portato, ad agosto, all’arresto degli stessi Tombini e Bolwinder. Gli atti di indagine raccolti dagli investigatori del dottor Bartoli risultarono già allora idonei e utili ai fini della prova e assolutamente gravi, tanto che il gip di Roma decise di applicare la misura cautelare della detenzione in carcere a loro carico: i due sono tuttora reclusi presso la casa circondariale di ‘‘Regina Coeli’’ di Roma. Secondo quanto accertato dai poliziotti già questa estate, i lavoratori , ‘‘soggiogati psicologicamente’’ venivano costretti a lavorare anche 14 ore al giorno senza ferie o riposi, per una paga di 100 euro mensili. Venivano anche costretti ad abitare in stalle sporche e prive di servizi igienici, fredde, ed infestate da topi. Alcuni imprenditori si sarebbero anche fatti pagare dagli stranieri clandestini, perlopiù indiani, ai quali garantivano la regolarizzazione sul territorio nazionale che però in realtà non avveniva. Ad agosto, come si ricorderà, dopo gli accertamenti urgenti, ‘’in quanto atti irripetibili’’, effettuati dalla Polizia scientifica e dalla Asl, che all’alba fecero un blitz presso le aziende di Tombini, venne anche richiesto ed ottenuto in tempi record l’incidente probatorio relativo alle testimonianze degli stranieri vittime della vicenda, che nel frattempo erano stati nascosti in località protetta. Con l’incidente probatorio (parentesi processuale nell’ambito delle indagini preliminari) si è così formata una ulteriore prova che avrebbe inciso pesantemente sulla posizione dei due imprenditori investigati, Tombini e il suo braccio destro. La vittime avrebbero confermato e addirittura aggravato la posizione dei due indagati.

(25 Nov 2011 - Ore 21:10)

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