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Ricostruiamo un tessuto sociale sofferente e massificato

Nel dibattito avviatosi nel centrosinistra locale si avverte il tentativo generalizzato di farsi interpreti della forte istanza di cambiamento espressa dal paese e resa evidente non solo dai risultati delle amministrative, ma anche, e soprattutto, dal risultato referendario.
Un tale tentativo, però, per essere non solo enunciato, ma praticato, deve saper cogliere il senso profondo di quanto avvenuto, non confinandolo nel mero processo di indignazione verso lo status esistente, e, conseguentemente nella sola necessità di un cambio di guardia, ma indagando quella richiesta di discontinuità nel modus operandi, nei contenuti e finanche nel linguaggio che con tutta evidenza emerge. Una discontinuità che non può certo scaturire da forzature quali l’autocandidarsi o il proporre asetticamente lo strumento delle primarie, ma solo da una serio interrogarsi sull’efficacia dell’agire politico della sinistra e dalla presa d’atto che questo nuovo sentire, ancora tutto in movimento, è figlio si di un insieme di esperienze reali, di lotte sociali, di processi di elaborazione dal basso e, soprattutto, di una rinnovata voglia di partecipazione di tanti uomini e donne che hanno deciso di essere parte attiva senza più delegare ad alcuno la costruzione del proprio futuro, ma che ancor prima scaturisce da un moto di indignazione verso l’osceno spettacolo che la politica ha dato di sé in questi anni e da cui Civitavecchia non è certo stata esente. Costruire una città altra non può quindi che passare dalla ricostituzione di un tessuto sociale sofferente, piegato e massificato sotto il giogo di una classe politica, non certo solo di destra, consunta dalla mancanza di etica e dall’intreccio tra politica ed affari. In altre parole dalla capacità di saper riaccendere l’orgoglio e la speranza dei cittadini e delle cittadine di Civitavecchia di essere parte di una collettività che non sia più subalterna di logorati “leader” locali e succube di pratiche clientelari finanche per accedere alle liste del lavoro interinale, dove l’essere portatore di diritti divenga consapevolezza diffusa e condivisa, dove la lotta alla precarietà piuttosto che la difesa del territorio e dei beni comuni sia pratica costante e non piegata alle convenienze di turno. In tale contesto l’unità è valore aggiunto se intende unire, nella partecipazione, reale e non di facciata, e nella trasparenza, quei tanti soggetti sani della comunità locale che nei conflitti, nell’elaborazione e nell’opposizione allo stato di cose esistente hanno costituito la Civitavecchia altra in questi anni.
Il solo parlare di tatticismi, l’alibi di dare priorità al programma, ben conoscendone la valenza meramente enunciativa spesso non concretizzata nell’agire istituzionale, il sottolineare la differenza del ruolo, e quindi del contributo, dei partiti da quello dei movimenti, associazioni o semplici cittadini, relegando i secondi a semplici fiancheggiatori dei primi, il riconfermare il concetto di delega, il semplice pensare che l’unica cosa di cui liberarsi sia Moscherini, e non piuttosto un più complessivo sistema di degenerazione nella gestione della cosa pubblica di cui questi è solo uno degli esempi (anche se sicuramente il più illustre), le autocandidature o il riempirsi la bocca circa la presunta democraticità dello strumento primarie non sembrano tenere conto del forte segnale di critica aperta alla politica, o meglio, all’agire dei partiti ormai predominante nel senso comune. Civitavecchia è una città stanca, disillusa e non certo solo dalla politica delle destre, una città al capolinea: o ci si impegna per un rinnovamento vero e radicale, scevro da tatticismi atti solo al riprodursi dei signori delle tessere e di meccanismi stantii o si potrà anche vincere in una somma algebrica di aggregazioni varie, ma la città, definitivamente ripiegata su sé stessa, avrà perso ogni speranza di offrire un futuro degno di tale nome ai propri figli.

Simona Ricotti

Forum Ambientalista

(30 Lug 2011 - Ore 21:29)

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