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Processo Vannini, mamma Marina: ''Marco simbolo di una giustizia negata''

Così la donna nel raccontare i momenti difficili dopo la sentenza di Appello per l’omicidio del figlio. Papà Valerio: «Per me continuano ad essere responsabili tutti e cinque». Zia Anna: «Sono talmente delusa che non ho più fiducia in nulla». Zio Roberto: «Faremo un appello al ministro della Giustizia per chiedere l’invio di ispettori».  Il cugino Alessandro: «Una sentenza già scritta»  

di GIULIANA OLZAI  

CERVETERI - «E’ una cosa micidiale. Non potete capire. Mi sento dentro uno tsunami. E’ una cosa ingestibile. Martedì notte alle 23 sono andata al cimitero a trovare mio figlio. Non sono potuta entrare perché a quell’ora è chiuso, però da fuori vedo dove sta lui. E gli ho detto: Marco non ho risposte. Tu che adoravi tanto servire la patria. Tu che ti alzavi quando c’era l’inno nazionale e ti mettevi la mano sul petto, vedi oggi come la giustizia italiana ti ha ascoltato? Non riesco a parlare ancora con lui, non ce la faccio neanche a guardare le sue foto perché non ho ottenuto la giustizia che gli ho promesso». 
Marina Conte, mamma di Marco Vannini racconta i momenti difficili che sta attraversando dopo la sentenza della Corte di Appello per l’omicidio del suo unico e adorato figlio che ha stravolto quella di primo grado. Nonostante non sia una responsabilità di questa madre disperata Marina sente l’enorme peso di quella promessa fatta al figlio all’ospedale Sant’Andrea prima del funerale, mentre si chiudeva quella bara quando gli ha giurato che avrebbe fatto tutto il possibile affinché ottenesse giustizia. «Ho lottato per 44 mesi per raggiungere questo obiettivo, per arrivare poi ad una sentenza del genere – dice con voce tenue ma decisa mamma Marina - Mi vergogno di essere cittadina italiana. Non mi ci riconosco più. Come ha detto il sindaco Pascucci, oggi è un giornata di lutto perché è morta la giustizia. E’ morta. Marco è diventato un simbolo per quello che gli è successo e tutti chiedevano giustizia per lui. Adesso è diventato il simbolo di una giustizia negata. Il simbolo dell’ingiustizia. Dobbiamo aspettare 45 giorni per le motivazioni e poi vedere come muoverci. E’ il procuratore generale che dovrà eventualmente proporre ricorso in Cassazione. Io non mollerò mai. Adesso sto passando un momento particolare. Sono arrabbiata,  sono furibonda. Devo riuscire a portare quel mazzo di fiori che ho promesso a Marco come simbolo di giustizia. Anche se in questo momento così difficile ho detto qualche parola di troppo, è solo espressione della mia rabbia. Non è mia intenzione offendere qualcuno. In questi giorni sono molto nervosa. Devo un attimo come ‘’resettarmi’’ il cervello».  
Mamma Marina si sofferma a raccontare come ha vissuto quella giornata che ha portato alla sua esplosine quando è stato letto il dispositivo della sentenza in aula. «Erano le 15,20 quando la Corte di Appello si è ritirata in camera di consiglio, dovevano anche mangiare e in poco meno di un’ora è stato deciso tutto. Quindi quella sentenza secondo me era già pronta. Sono convinta dal più profondo del cuore che c’è qualcuno dietro che tira le fila e protegge i Ciontoli. La mia lotta era finalizzata a vedere in galera tutti quanti, anche se sapevo che sarebbe stata una cosa difficile, un po’ in salita, però non mi aspettavo che addirittura stravolgessero la sentenza di primo grado per Antonio Ciontoli derubricando il reato da omicidio volontario con dolo eventuale a colposo. E’ inaccettabile. E’ una cosa assurda. A volte ho come l’impressione che sto sognando. Tutto il lavoro fatto, tutte le perizie che hanno dimostrato che Marco si poteva salvare, tutte le intercettazioni e le testimonianze, a che sono servite? Non è servito a niente. Qui in Italia purtroppo ti alzi una mattina uccidi una persona tanto poi alla fine in un paio di anni stai fuori. Questo è il messaggio che ci sta lanciando lo Stato. Questa è la nostra giustizia. Io in questo momento non mi ci identifico e non mi ci riconosco. Quindi lotterò perché qualcosa possa cambiare. Siamo condannati a vita. Se esiste un al di là, forse quando mi riunirò a mio figlio, troverò pace perché allora mi dirà cosa è realmente successo. Solo lui può dirmi la verità».  Mamma Marina, cambiando tono di voce, manifesta tutto il suo sconcerto per la denuncia che rischia dopo la sua reazione in udienza.  «Rischio una denuncia – dice mamma Marina esterrefatta – Ma vi rendete conto? Io mi sono trovata lì in quell’aula, dopo che non ho dormito la notte precedente e ho dovuto sentire le arringhe degli avvocati difensori, tanto che ad un certo punto sono pure uscita fuori perché non ce la facevo più, per cercare di essere rispettosa e per rispettare il silenzio, ma poi sentire quella sentenza dove al Ciontoli gli hanno dato 5 anni è stato come se mi hanno infilato un coltello dentro. E’ stata una pugnalata disumana. La vita di mio figlio vale cinque anni? E’ una cosa che non si può sentire. In quel momento sono esplosa. Non ce l’ho fatto proprio più. Sono stata accompagnata fuori dai Carabinieri. Una madre con un dolore così grande trattata in quel modo. Che ho fatto di male? Non ho minacciato nessuno. E’ esplosa solamente la mia rabbia. La mancanza di rispetto per mio figlio ammazzato così giovane in quella casa e lasciato morire soltanto per difendere qualcosa di venale che non si potrà mai paragonare alla vita. E chi lo ha fatto non è stato a mio giudizio adeguatamente punito. Sono senza parole. Credo sia stata una reazione naturale e incontenibile». Mamma Marina nonostante la grande delusione trova parole per ringraziare le tante persone che le sono vicine. “L’unica cosa positiva è che è evidente e chiaro agli occhi di tutti quello che è successo a Marco – dice con l’accenno di un sorriso che le rilluminano gli occhi -  E’ l’unica cosa buona la tanta solidarietà che ricevo. Ci sono tante persone che ci vogliono bene e ci stanno vicino. Esistono ancora  persone con un cuore e con tanta umanità. Chiedono giustizia come me perché quello che è successo a mio figlio poteva succedere a chiunque di loro. Vorrei fare un ringraziamento ai sindaci Pascucci di Cerveteri e Grando di Ladispoli perché hanno preso una posizione molto forte nei riguardi della sentenza che c’è stata. Sentenza che personalmente reputo un oltraggio all’intelligenza umana». 
Papà Valerio: «Sono molto deluso di questa sentenza. Nella peggiore delle ipotesi ci aspettavamo che venisse riconfermata quella di primo grado ma addirittura che venisse ridotta la pena per Ciontoli è una cosa vergognosa. E’ uno schiaffo alla dignità e alla giustizia. E’ inammissibile che uno possa uccidere un ragazzo di vent’anni e dopo che è stato dimostrato della volontarietà che c’è stata da parte di tutta la famiglia di non soccorrerlo, di non aver ascoltato Marco che gridava e chiedeva aiuto, come minimo ti aspetti l’omicidio volontario per chi ha causato tutto. Va detto però che dentro di noi continuano ad essere responsabili tutti e cinque.  Ho sempre detto che Marco quando è stato sparato è stato ferito. E’ morto per la volontà di tutti e cinque che hanno pensato a tutto meno che a mio figlio che implorava aiuto. Sono arrabbiatissimo. E’ inaccettabile che una persona non venga punita a dovere dopo un reato così grave. Sono quarant’anni che lavoro, che pago le tasse per avere una certezza che lo Stato in caso di bisogno mi tuteli. Ma adesso non mi sento tutelato. E’ stata fatta un’ingiustizia verso di noi e soprattutto verso Marco. Sono senza parole. Questa sentenza ci ha distrutto. Ci ha riaperto la piaga di quella profonda ferita che continua a sanguinare. E’ come se ci avessero ucciso un’altra volta. Hanno ucciso un’altra volta Marco. E’ inaccettabile». Anche papà Valerio si sofferma sulla reazione del dopo sentenza dicendo: «Abbiamo avuto una reazione che penso rientri nei parametri normali della persona umana, di una persona alla quale è stato tolto un figlio in un modo così brutale. Con la derubricazione del reato ad Antonio Ciontoli si è toccato il fondo. Mi è venuta una tale rabbia fuori dal comune, incontrollabile. In quel momento ho pensato che tutti gli sforzi, le fatiche, tutto quello per cui abbiamo lottato è svanito in un attimo. Sfido chiunque umanamente parlando a penalizzarci per la reazione che abbiamo avuto. Sfido chiunque a dire: tu dovevi stare calmo e tranquillo e non dire niente. E’ stata semplicemente una reazione umana».
La zia Anna Conte: «Stiamo a pezzi. Veramente a pezzi. Speriamo che si possa fare qualcosa in Cassazione. Ma non sono tanto fiduciosa visto come sono andate le cose. Non ci aspettavamo una sentenza del genere. Pensavamo che tutt’al più venisse confermata la sentenza di primo grado. Ma così non è stato. Che dobbiamo fare. Mia sorella è molto provata e sono molto preoccupata».
Anche Anna è molto provata tanto che a un certo punto con la voce strozzata dal pianto dice: «Mi devi scusare, non ce la faccio neanche a parlare». La preoccupazione per la sorella Marina è tanta: «Ha detto cose che secondo me non doveva neanche pensare. E mi hanno creato agitazione. Questa è stata per lei un’altra delusione enorme. La mia paura è che Marina possa crollare. In questi due giorni forse è stimolata dal fatto che vengono i giornalisti in casa e si distrae. Ma dopo, sono sicura sarà peggio. Sarà molto più difficile per lei. Speriamo che mi sbagli. Non so più che dirti. Sono rimasta talmente delusa che non ho più fiducia in nulla. Nulla. Certo non mi spettavo una cosa del genere. E’ un momento che va superato. Faremo tutto ciò che è possibile fare, anche se non penso che si possa fare molto. Ci proveremo però in tutti i modi. Non si mollerà mai. Non abbassiamo la guardia. Poi speriamo di riuscire a far qualcosa per Marco che chiede ancora giustizia. Mi auguro questo per mia sorella e per mio nipote, che possa trovare pace anche lui, perché penso che a vedere la madre così non la troverà. Quello che è successo? E’ una cosa veramente schifosa».
Lo zio Roberto Carlini: «Siamo esterrefatti. E’ vero che le sentenze vanno accettate ma questa è una sentenza vergognosa e inaccettabile perché con un colpo di spugna ha tirato fuori il capofamiglia dalla posizione più grave. Non riusciamo a spiegarci il perché. Adesso aspettiamo le motivazioni anche perché il procuratore generale ha detto che ricorrerà in Cassazione. Non potrebbe essere diversamente, visto che non sono state accolte le sue richieste. Noi andremo avanti e se ce ne sarà bisogno, fino alla Corte di Strasburgo. Non ci fermiamo, ne ci rassegniamo. In neanche un’ora, per un caso giudicato da tutti unico e difficile per la giurisprudenza, è stata emessa una sentenza. Quindi non c’è stata una vera e propria discussione. La mia sensazione è che si sono voluti sbrigare velocemente perché questo caso è una ‘’patata bollente’’ che nessuno vuole tra le mani. Mia cognata Marina, per di più, è stata minacciata di denuncia con una frase che non ritengo opportuna per un presidente di una Corte d’Assise quando ha detto «se volete fare una passeggiata a Perugia ditelo». Questa frase la ritengo poco elegante. Ce la faremo questa passeggiata. A questo punto ci auguriamo di farcela. Tutti a Perugia a mangiare cioccolato - ironizza Roberto - Mia cognata ha esternato il suo dolore. E credo doverosa un po’ di comprensione nei suoi confronti. Non abbiamo paura di nessuno. Questo sia chiaro. Adesso siamo distrutti ma raccoglieremo i pezzi piano piano e andremo avanti. Non è che ci possiamo fermare così. Io lo dissi già agli inizi che noi non avremmo mai mollato. Aspettiamo le motivazioni per poi valutare se fare un appello al ministro della Giustizia per chiedere l’invio di ispettori per esaminare e verificare se ci sono state mancanze in tutto l’iter giudiziario di questa vicenda che ha tanti punti oscuri. C’è comunque tanta amarezza. Agatha Christie, avrebbe scritto un libro dal titolo ‘’L’omicidio del pettine a punta», ironizza ancora Roberto. 
Il cugino Alessandro Carlini: «Quattro anni di sacrifici, quattro anni di prese in giro, quattro anni di umiliazioni, quattro anni in cui ho addirittura preso quattro denunce». Inizia così lo sfogo di Alessandro, cugino di Marco, che si dilunga nello spiegare i rospi che ha dovuto ingoiare in questi lunghi quattro anni per non irretire o indispettire chicchessia.  «Beh oggi mi sono stancato di fare il finto buono – continua Alessandro - Quello che le persone definiscono da quattro anni come un bravo ragazzo è in realtà una persona come tutti voi che non potrà mai accettare una sentenza ridicola come questa. Un sentenza emessa dopo una camera di consiglio durata 1 ora con pausa pranzo inclusa. Una sentenza già scritta (chissà da chi…) ancora prima di cominciare. Da quattro anni ogni persona che mi incontra mi dice quello che pensa e io gli rispondo che noi crediamo nella giustizia. Oggi mi sono rotto i coglioni di dire questa stronzata che mi è stata imposta di dire e per la prima volta ai miei zii ho detto la stessa cosa che ognuno di voi quando mi ferma per strada mi dice e che in realtà penso anche io da 4 anni».

(31 Gen 2019 - Ore 09:30)

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