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Omicidio Vannini, nuovo processo per Antonio Ciontoli e i suoi familiari

Questa la richiesta del procuratore generale Saveriano che ha presentato ricorso in Cassazione. In 22 pagine il pg ripercorre le carenze e le manifeste illogicità motivazionali, nonché le contraddittorietà della sentenza impugnata  

di GIULIANA OLZAI  

CERVETERI - La procura generale di Roma ha presentato, lunedì scorso, ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte di Assise di Appello a carico di Antonio Ciontoli e dei suoi familiari, i figli Federico e Martina, e la moglie Maria Pezzillo, nel processo per la morte di Marco Vannini, avvenuta dopo una lunga e drammatica agonia il 18 maggio 2015 chiedendo un nuovo processo. 
Il 29 gennaio scorso, la Corte di appello, ha riqualificato per Antonio Ciontoli l’originaria imputazione di omicidio volontario in omicidio colposo aggravato dalla previsione dell’evento e ha confermato per i suoi familiari, la condanna di omicidio colposo. 
Nel processo d’appello il sostituto procuratore generale Vincenzo Saveriano aveva chiesto una pena di 14 anni per l’accusa di omicidio volontario per tutta la famiglia, ma i giudici  hanno ridotto la pena a cinque anni al capofamiglia con la derubricazione del reato e confermato i tre anni per il resto dei familiari. Il pg chiede quindi che la Cassazione annulli la sentenza impugnata e rinvii a un’altra sezione della Corte d’assise d’appello affinché sia riconosciuta la responsabilità penale in relazione al delitto di omicidio volontario per tutti gli imputati. 
In subordine chiede che vengano «disconosciute per il capofamiglia le attenuanti generiche  ovvero siano le stesse attenuanti riconosciute subvalenti rispetto all’aggravante» contestata; per i familiari che venga riconosciuta l’aggravante della colpa cosciente, del delitto di omicidio colposo, come confermato dalla Corte. 
In 22 pagine il pg ripercorre le carenze e le manifeste illogicità motivazionali, nonché le contraddittorietà della sentenza impugnata.  

Posizione Antonio Ciontoli
Ben 16 pagine sono dedicate alla posizione di Antonio Ciontoli. Secondo il pg «la sentenza impugnata si limita a riportare acriticamente una serie di astratte massime giurisprudenziali in tema di dolo eventuale e colpa cosciente e, ai fini della ravvisabilità del dolo eventuale, ritiene indispensabili tutti gli indicatori della sentenza ThyssenKrupp (delle Sezioni Unite della Cassazione, che si è prefissata l’obiettivo di individuare l’esatta linea di demarcazione tra dolo eventuale e colpa cosciente) e tutti col medesimo apporto determinate. Inoltre, i giudici di secondo grado, hanno apoditticamente ritenuto ancora attuale la formula di Frank, sebbene già contrastata dal giudice di primo grado, trascurando in modo evidente le precisazioni effettuate sul punto dalla citata sentenza».
Un primo punto è relativo  alla necessità della cosiddetta  ‘’motivazione rafforzata’’ che impone, nei casi in cui in appello si riformi la decisione di primo grado, «l’obbligo di una nuova e compiuta struttura motivazionale che dia ragione delle difformi conclusioni raggiunte». Quindi nella sentenza impugnata non solo non è stato rispettato tale principio ma «si fonda su  una erronea interpretazione della citata sentenza delle Sezioni Unite».

Analisi degli indicatori
Con argomentazioni giuridiche si chiarisce in primis la natura processuale degli indicatori per poi arrivare alla disamina di ciascuno di essi. Un primo vizio motivazionale viene visto nell’affermazione  che gli indicatori enucleati dalla citata sentenza, che peraltro parla di un catalogo aperto,  vadano “valutati tutti, nessuno escluso”, dando quindi la stessa intensità ad ognuno mentre, secondo il pg, vanno contestualizzati a seconda della fattispecie che si analizza e della maggiore o minore pertinenza e capacità dimostrativa. 

Lontananza dalla condotta stardard 
Un primo indicatore pregnante ai fini dell’accertamento del dolo eventuale viene individuato in quello relativo alla lontananza dalla condotta standard: «Il comportamento che doveva essere tenuto dai coimputati avrebbe dovuto consistere nella tempestiva e veritiera segnalazione» sottolinea il pg.  
«L’incidenza del ritardo nel sollecitare i soccorsi e i riferimenti mendaci, configurano a pieno titolo l’indicatore relativo alla lontananza della condotta standard ma soprattutto essi sono sintomatici dell’adesione volontaristica all’evento» scrive il pg nel suo ricorso. Per quanto concerne l’indicatore relativo alla personalità e delle pregresse esperienze del reo, si evidenzia  che «sotto il profilo delle capacità professionali, depone a favore della configurabilità del dolo eventuale a carico dell’imputato». Peraltro la totale assenza in campo medico del capofamiglia «non può che dimostrare l’assoluta incapacità dello stesso di controllare e gestire il decorso casuale in atto, sfociato nella morte di Marco». 

Durata e ripetizione della condotta
Altro indicatore determinante verso un profilo doloso è rappresentato dalla durata e dalla ripetizione della condotta. «La reiterata condotta omissiva e menzognera dei soggetti» che ha provocato un ritardo abnorme nei soccorsi, quantificabile in ben 110 minuti, «ha impedito un tempestivo e adeguato intervento degli operatori sanitari».   Questo indicatore suggerisce «una maggiore pervicacia del reo nel preservare e consolidare una situazione di rischio che rispecchia una obiettiva pericolosità della condotta, nella piena consapevolezza della quasi certa verificazione dell’evento morte» in conseguenza di una ferita di arma da fuoco. Inoltre il grado di intensità di tale indicatore propende per «una lettura più sfavorevole all’imputato in quanto persiste nella sua censurabile condotta non solo davanti all’evidente peggioramento delle condizioni del Vannini (grida disumane, lamenti strazianti, stato di incoscienza alternato a brevi fasi di lucidità) ma anche di fronte alle sollecitazioni rivolte dal figlio Federico che aveva percepito perfettamente  la gravità già nell’immediatezza dello sparo e ancor più dopo aver rinvenuto in bagno il bossolo». 

Condotta successiva 
Anche per la condotta successiva all’evento si evidenzia che nella prima parte delle intercettazioni ambientali emerge l’intenzione degli imputati di «mentire agli inquirenti, di ostacolare le indagini e di occultare la verità» e in particolare il capofamiglia , come è noto, ha cambiato più volte versione. Questo indicatore poteva essere valutato a favore dell’imputato solo se lo stesso avesse assunto un contegno da lasciar trasparire un minimo di stupore per quanto accaduto. Invece, Ciontoli era intento a concertare con i suoi familiari una diversa ricostruzione dei fatti. 

Probabilità di verificazione dell’evento
Altro indizio a favore di un profilo doloso  è quello relativo alla probabilità di verificazione dell’evento.  Il capofamiglia, che era un militare, «aveva piena contezza della gravità del ferimento, anche perché non aveva individuato il foro di uscita del proiettile - esploso a distanza ravvicinata da un’arma micidiale - Da tale consapevolezza non poteva che inferire la probabilità di grado elevatissimo, addirittura prossimo alla certezza, che il proiettile non fuoriuscito stesse scatenando un’emorragia interna, e, di conseguenza, prevedere il conclusivo exitus ancora una  volta con una probabilità talmente elevata da essere prossima alla certezza». 

Fine della condotta e conseguenze negative
Infine si analizzano congiuntamente due indicatori, vista l’affinità logica, che la Corte ha posto a fondamento per il disconoscimento del dolo eventuale e che il pg in conclusione ha ritenuto abbiano «una capacità dimostrativa fragilissima e, quindi, nella valutazione complessiva del quadro probatorio, assumono una valenza certamente non decisiva e non sufficiente per inficiare la forza e la coerenza logica desumibile dagli altri indicatori».  
Si tratta dell’indicatore relativo al fine della condotta e la sua compatibilità con gli eventi collaterali e quello delle  conseguenze negative o lesive per l’agente in caso di verificazione dell’evento. 
Per la Corte, scrive il pg,  «lo scopo dell’azione del capofamiglia coincide con la sua intenzione di occultare  l’esplosione del colpo di arma da fuoco per evitare conseguenze pregiudizievoli sul piano lavorativo e, in quest’ottica, l’evento morte rappresenterebbe ciò che la difesa ha definito ‘’fallimento del piano’’ - E tale affermazione – risulta viziata da intrinseca illogicità, in quanto già il semplice ferimento del Vannini si risolve nell’impossibilità ab origine della realizzazione dell’obiettivo prefissato, poiché già con tale evento l’imputato sarebbe stato esposto a possibili ripercussioni sul piano lavorativo».   E questo partendo dal presupposto che nessun medico avrebbe mai assecondato la richiesta di Ciontoli  di falsificare un referto, omettendo di informare le autorità preposte. In sostanza il capofamiglia «pur di realizzare il proprio intento, si è totalmente disinteressato delle sorti del Vannini e sostanzialmente l’ha lasciato morire, a fronte di un ipotetico pregiudizio di carattere disciplinare, che non necessariamente sarebbe sfociato nella perdita del posto di lavoro. In tale ottica – spiega il pg – appare inconferente e illogica la conclusione della Corte, la quale deduce puramente e semplicemente dalla richiesta di Ciontoli al dottor Matera di sottacere le cause del ferimento, l’automatico convincimento dell’imputato che il Vannini non sarebbe morto».  
In sostanza dallo scopo di Ciontoli di occultare o ridimensionare la sua condotta illecita  «non si può evincere il fatto che lui escludesse a priori l’evento morte», proprio perché tutte le circostanze fattuali avrebbero comportato, in mancanza di soccorsi tempestivi ed adeguati, un esito tragico. 
Il pg si spinge inoltre ad ipotizzare una lettura alternativa, nel senso che la richiesta al dottor Matera «rappresenta lo stadio finale del suo spregiudicato obiettivo, perché rivela in modo inconfutabile la sua pervicace determinazione di realizzare a qualsiasi costo il suo iniziale progetto, disinteressandosi del tutto delle sorti della giovane vittima». 

(18 Apr 2019 - Ore 09:30)

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