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Omicidio Vannini, focus sul cognato di Ciontoli

OMICIDIO VANNINI. Venerdì sera Quarto Grado si è incentrato su questo aspetto Nella trasmissione di Rete 4 interrogativi anche sulla testimonianza del Comandante dei Carabinieri di Ladispoli  

LADISPOLI – Non si spengono i riflettori sull'omicidio di Marco Vannini, il giovane appena ventenne di Cerveteri, morto a casa della sua fidanzata, a Ladispoli, a causa di un colpo d'arma da fuoco. Mentre sale veritigionosamente il numero delle firme apposte alla petizione lanciata su change.org (che ha superato le 300mila sottoscrizioni), torna a parlare della vicenda Quarto Grado, il programma televisivo condotto da Gianluigi Nuzzi. Nella puntata di venerdì sera la lente di ingrandimento è stata posta su due aspetti in particolare. Il primo: la presenza, subito dopo la morte di Vannini, del cognato di Antonio Ciontoli, luogotenente della Guardia di Finanza (come detto durante la trasmissione televisiva) che vive a Caserta. Secondo i servizi mandati in onda i Ciontoli avrebbero chiamato diverse volte il cognato. Sarebbe stato proprio lui a indicargli come legale, l'avvocato Andrea Miroli. Secondo la ricostruzione effettuata dalla trasmissione televisiva sarebbe stato proprio il cognato, inoltre, a dare alcune indicazioni alla famiglia Ciontoli, come ad esempio evitare di parlare al telefono ma solo di persona. Figura, quella del cognato che, da quanto emerso durante la puntata di venerdì sera, ricorrerebbe anche quando ci si trova a parlare del risarcimento economico che i Ciontoli dovranno dare alla famiglia Vannini. «Non c'è nessun mistero – ha precisato lo stesso legale della difesa, l'avvocato Miroli – È solo un parente andato al capezzale dei familiari». Dello stesso avviso è l'avvocato Paolo Pirani, consulente di Quarto Grado. «Sotto il profilo umano è normale che un fratello stia vicino ad una sorella in una situazione di questo tipo». Per il legale l'atteggiamento del cognato di Antonio Ciontoli non sarebbe rilevante a meno che «non sia oggetto di approfondimenti, non ci siano altre intercettazioni». Ipotesi però che potrebbe essere esclusa per il legale in quanto le intercettazioni sono agli atti. Dunque «se il Pm avesse ritenuto che ci potessero essere altri profili di responsabilità avrebbe aperto un fascicolo, se non lo ha fatto avrà ritenuto tutto questo nella normalità».
Ma la posizione del cognato di Antonio Ciontoli non è l'unica questione aperta durante la trasmissione di venerdì sera. Riflettori nuovamente puntati sulle intercettazioni ambientali di Martina nella Caserma dei Carabinieri di Civitavecchia il giorno successivo alla morte di Marco. In quelle intercettazioni si sente Martina raccontare al fratello Federico e alla sua fidanzata Viola Giorgini, di aver visto il padre mentre puntava l'arma a Marco e di aver visto l'ogiva nel corpo del ragazzo. Versione successivamente modificata durante l'interrogatorio innanzi al Pubblico Ministero e nella testimonianza resa in tribunale. In entrambi in casi Martina ha affermato di non essere stata presente al bagno mentre il padre premeva il grilletto. Se lei sapeva era dunque perché a raccontarglielo era stato Antonio Ciontoli. Dell'ogiva invece, secondo la tesitmonianza della ragazza sarebbe stato il comandante della caserma dei carabinieri di Ladispoli, il maresciallo Izzo. Fatto questo negato, però, dallo stesso Maresciallo durante la sua testimonianza. «Ma allora, se i giudici hanno alla fine creduto a Martina, perché il maresciallo non è stato indagato per falsa testimonianza?». Anche qui a provare a dare una risposta è l'avvocato Paolo Pirani: «I giudici hanno ritenuto credibile quanto riferito da Martina e cioè che a raccontargli cosa era successo era stato il padre. Non si dà rilievo invece alla testimonianza di Izzo».

Su questo punto interviene anche il legale della famiglia Ciontoli, l'avvocato Miroli che puntualizza: «I giudici non hanno creduto sic et simpliciter a Martina, ovvero, non hanno fatto un confronto tra l'uno (Martina) e l'altro (il maresciallo dei Carabinieri). Nelle dichiarazioni del comandante che, nell'ambito del dibattimento, sono emerse innumerevoli contraddizioni che hanno fatto sì che la Corte non le ritenesse attendibili. Testimonianza, peraltro, quella del maresciallo, «non ritenuta credibile – come ha sottolineato l'avvocato Miroli – nemmeno dalla Corte d'Appello di Roma durante il dibattimento di secondo grado. La Corte d'Assise – ha spiegato ancora l'avvocato Miroli – ha ritenuto sufficiente, per ritenere dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che Martina non fosse in bagno, gli accertamenti scientifici (prodotti anche dal Pubblico Ministero), che relativamente alla polvere da sparo, prova che in bagno ci fossero solo Marco e Antonio Ciontoli». .

(10 Feb 2019 - Ore 12:48)

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