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Matteo Renzi e lo strano addio

Si dimette ma non subito. L'ipotesi che Matteo Renzi potesse lasciare la direzione del Pd era circolata subito dopo la 'botta' del partito alle elezioni. Solo nel pomeriggio di ieri però ha spiegato le modalità della sua rinuncia. "È ovvio che io lasci la guida del Pd", annuncia in conferenza stampa al Nazareno più volte rinviata. E non a caso. Perché il segretario uscente si è presentato in sala stampa non proprio dimesso, imponendo una clausola anti inciucio alle sue dimissioni al termine di una giornata in cui ha ingaggiato un deciso braccio di ferro con il resto del partito.

"Come previsto da Statuto, ho chiesto a Orfini di convocare l'Assemblea nazionale per aprire la fase congressuale. Questo accadrà al termine della fase dell'insediamento del Parlamento e del governo", ha chiarito Renzi. Una mossa che lo lascia ancora al centro del campo da gioco e che è esplicitamente rivolta alle altre aree interne al partito. "Mi sento garante di un impegno morale, politico e culturale", ha spiegato il segretario che non ha accettato il percorso immaginato al Nazareno per il post voto.

Dopo la lunga notte elettorale la decisione sembrava presa: passo indietro di Renzi e gestione collegiale (con un reggente o un gruppo di reggenti) operativa sin da subito e fino all'Assemblea che avrebbe definito il percorso congressuale e che avrebbe, secondo Statuto, potuto individuare un traghettatore sulla scia di quanto fatto ai tempi di Franceschini e Epifani.

Una 'exit strategy' che aveva avuto il via libera dalle aree interne, come quella di Andrea Orlando e di Dario Franceschini, e che aveva avuto il gradimento anche del premier Paolo Gentiloni, preoccupato del fatto di tenere al riparo il Pd da ulteriori traumi dopo una sconfitta elettorale bruciante. Un percorso che però si è inceppato quando è iniziata a circolare l'ipotesi di ascoltare le proposte di governo del M5s. Un epilogo mai esplicitato, giurano fonti vicine agli autori del patto post elettorale, ma ritenuto da Renzi inaccettabile.

"Non credo che sia possibile evitare un confronto vero dentro il Pd su ciò che è accaduto in questa campagna elettorale, in questi mesi, in questi anni. Sarà il caso di fare un congresso serio e risolutivo, non uno che si apre e non finisce mai, ma uno che permetta alla leadership di fare" quello per cui è stato eletto. "Si riparte dal basso, militante tra i militanti, strada per strada". Con un reggente "scelto non da un caminetto ma un segretario scelto dalle primarie".

"Mi pare che abbiamo riconosciuto con chiarezza che si tratta di sconfitta netta che ci impone di aprire una pagine nuova all'interno del Pd", ha detto ancora riferendosi al risultato elettorale. Oggi l'Italia, sottolinea, "ha una situazione politica in cui chi ha vinto politicamente le elezioni non ha numeri per governare". Quanto all'immediato futuro chiarisce: "Cosa farò io? Non c'è nessuna fuga, io farò il senatore semplice".

Poi avverte: "Non faremo la stampella di nessun governo delle forze antisistema" dice, precisando che "il nostro posto in questa legislatura è all'opposizione, lì ci hanno chiesto di stare italiani e lì staremo". Sapete che c'è? Fate un governo senza di noi" aggiunge. "No inciuci, no caminetti, no estremismi. Noi saremo responsabili e la nostra responsabilità starà nel saper dire dei sì e dei no". "In questa campagna siamo stati sin troppo tecnici" e "se a questo si somma l'evidenza di un vento estremista che nel 2014 siamo riusciti a fermare e stavolta no, comprendiamo come il risultato sia davvero deludente". (Adnkronos)

(06 Mar 2018 - Ore 08:36)

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