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Ladispoli, corso di romeno obbligatorio alla Melone: è polemica

Attacchi e polemiche al dirigente scolastico per i corsi di romeno obbligatori a scuola. Agresti replica: "Premiato in Romania, criticato sui social in Italia". "Io non faccio politica e quindi non mi interessa minimamente di imbrogliare o risultare simpatico a persone cui non devo chiedere alcun voto, a me interessa solo il sorriso dei bimbi quando entrano in classe, interessa sapere che ho lavorato per il loro bene".

LADISPOLI - L'istituto Corrado Melone e il suo dirigente scolastico ricevono una onorificenza da parte del Capo dello Stato romeno e sul web esplode la polemica. Da una parte c'è l'encomio, dall'altra la decisione, anche per quest'anno, da parte della scuola di avviare dei corsi di romeno all'interno dell'istituto scolastico. "L'odio che traspare dall'ignoranza dei 'leoni da tastiera' - scrive Agresti - (i quali, sapendo di non essere nulla, vogliono sentirsi superiori a chi nemmeno conoscono e dai quali avrebbero tanto da imparare) rappresenta solo una minima parte dei veri uomini e donne che sanno come la convivenza civile ed il rispetto reciproco siano le uniche armi per la sopravvivenza dell’umanità e la pace nel Mondo". (agg. 10/09 ore 9.21) segue

L'ONOREFICENZA. E il dirigente scolastico ripercorre un po' le tappe che hanno portato l'istituto comprensivo Corrado Melone a ottenere l'onorificenza tanto discussa: 
"In sintesi il 30 agosto alcune Scuole europee (l’Istituto Comprensivo “Corrado Melone” era l’unica per l’Italia) sono state invitate a Bucarest per ricevere dalle mani del Presidente della Repubblica di Romania, S.E. Klaus - Werner Johannis, una onorificenza di cavalierato come ringraziamento della diffusione della cultura romena. Dopo la cerimonia formale, svoltasi nella sala d’onore del palazzo Cotroceni il palazzo presidenziale di Bucarest davanti alle telecamere delle TV, il Presidente si è intrattenuto molto amichevolmente con gli ospiti, ringraziando tutti per l’amore verso la cultura.
La motivazione per l’onoreficenza ricevuta discende dal fatto che se in tutte le Scuole europee il corso di lingua, cultura e civiltà romena viene svolto in orario pomeridiano facoltativamente ed ha lo scopo di non far perdere le radici storiche e nazionali ai ragazzi romeni di prima o seconda generazione, anche con l’obiettivo di far sì che, ad un loro eventuale rientro in Patria, non siano estranei nei loro stessi luoghi di origine, la “Melone” si distingue perché il corso assume un ulteriore aspetto ancora più pregnante: la conoscenza reciproca. Infatti, il corso non è indirizzato ai soli studenti romeni, ma si svolge la mattina in orario curricolare in compresenza con la docente titolare, permettendo ai bambini italiani di seguire gratuitamente il corso.
Questa storia inizia con l’accordo bilaterale del 2007 fra l’allora Ministro dell’istruzione Giuseppe Fioroni ed il suo omologo romeno per uno scambio di docenti per diffondere reciprocamente la cultura dei due Paesi. Se la Romania, lungimirante, ha proseguito il progetto negli anni, lo stesso non ha fatto l’Italia con il governo successivo che, per risparmiare, non inviò docenti italiani in Romania.
Accordi simili furono stipulati in seguito anche da altri 11 Paesi europei. La “Corrado Melone”, come tante altre scuole, si candidò ad accogliere il corso di lingua, cultura e civiltà romena, fu scelta e, da allora, sono ormai passati 10 anni, vi si svolge tranquillamente e sono sempre più apprezzati e richiesti. Oggi in Italia sono assegnati e retribuiti dal Governo Romeno ben 55 docenti di madre lingua in più di 200 istituti scolastici. In questo modo si attua anche la “Convenzione sui Diritti dei fanciulli” del 20 novembre 1989, articolo 29 lettera c: “infondere nel fanciullo il rispetto dei suoi genitori, della sua identità, della sua lingua e dei suoi valori culturali, nonché il rispetto dei valori nazionali del Paese nel quale vive, del Paese di cui può essere originario e delle civiltà diverse dalla sua”.
Inizialmente il corso era facoltativo e svolto in orario pomeridiano, ma 6 anni fa, quando nella “Corrado Melone” (che era inizialmente solo secondaria di primo grado), in seguito alla Legge Gelmini, giunsero le classi della primaria e dell’infanzia, proposi alle maestre di essere affiancate dalla docente di romeno e di insegnare la lingua, la cultura e la civiltà romena anche nelle loro classi, in orario mattutino, cioè all’interno delle normali lezioni, per fare in modo che i nostri bambini si conoscessero meglio fra loro e non avessero timori gli uni degli altri. L’idea fu accettata con entusiasmo.
Ovviamente ci furono i passaggi democratici, previsti per Legge, il Collegio docenti che vagliò ed approvò unanimemente il progetto, poi il Consiglio di Istituto che all’unanimità lo inserì nel Piano dell’Offerta Formativa della “Melone” ed infine dei singoli Consigli di classe che accettarono l’idea mettendola in pratica. Furono quindi spiegate le ragioni ai genitori, che chiedevano giustamente il motivo di questa novità ed in breve anche le perplessità di quei pochissimi genitori, che inizialmente non gradivano la nostra scelta, rientrarono e per 6 anni il corso ha riscosso gradimenti generali.
In seguito alle polemiche scatenate artificiosamente in una Scuola vicina, che portò un politico di livello nazionale a definire “pazzesca” la nostra didattica, radicalizzando prese di posizione diventate a quel punto partitiche, fu evidenziata una xenofobia che sembrerebbe diffusa solo perché più rumorosa e sguaiata, ma ciò che fece più male non furono le urla, gli insulti o l’italiano molto approssimativo di certi “italiani puri”, ma la frase di una gentile signora, la quale viveva da oltre 10 anni in Italia, lavorava in nero facendo le pulizia in casa di italiani che evadono il fisco la quale, parlando un perfetto italiano, affermò in TV di sentirsi ancora “straniera”. Per me, che sono vissuto nella falsa idea che gli italiani siano un popolo superiore perché ospitale, fu un colpo veramente duro.
In ogni caso il controllo ispettivo del Ministero, voluto da una interpellanza parlamentare, nulla ebbe da eccepire, ma anzi trovò parole di elogio per l’iniziativa.
Per chi desideri approfondire, sarà bene spiegare che la docente di romeno è una professoressa retribuita direttamente dal Governo di Bucarest, cioè la Scuola italiana non riceve e non paga un centesimo, nemmeno per le fotocopie dei lavori da somministrare ai bambini in classe. Lei entra in classe ed affianca la maestra titolare lavorando in compresenza, approfondendo i concetti e spiegandoli in romeno, insegnando filastrocche e canzoncine, sottolineando similitudini e diversità fra le due lingue … insomma integrando con l’illustrazione della cultura romena, le nozioni spiegate dalla maestra italiana.(agg. 10/09 ore 10)

IL CORSO DI ROMENO. Non c’è quindi alcuna sostituzione di ore curricolari con lo studio di una lingua straniera (cosa che sarebbe comunque permessa dalla vigente Legge sulla autonomia scolastica), ma solo integrazione ed approfondimento. Ovviamente non esiste alcuna valutazione a fine corso perché in classe continua a rimanere la titolare, la quale semplicemente si avvale dell’esperta esterna esattamente come fa con tutti gli altri progetti, la maggior parte dei quali con spese a carico delle famiglie".
Il preside replica anche chi, sempre a mezzo social ha tenuto a sottolineare come l'inglese o il francese siano più utili del romeno. Una frase "fin troppo ovvia". "Ma la presenza del corso di romeno non riduce assolutamente nulla dell’insegnamento previsto, anzi lo migliora perché i bambini aumentano il proprio interesse, la curiosità ed il divertimento con la presenza di una ulteriore figura in classe e con i nuovi suoni che ascoltano. Naturalmente la docente titolare svolge le sue lezioni regolarmente, anzi meglio grazie al supporto dell’esperta esterna, ed ovviamente nulla è tolto nemmeno all’insegnamento della lingua inglese (peraltro non prevista nella scuola dell’infanzia, ma attuata alla Melone, sebbene con finanziamenti dei genitori). Tutti siamo naturalmente d’accordo sulla necessità di potenziare l’insegnamento dell’inglese (attualmente lingua franca nel mondo, come lo era il tedesco prima di perdere la Seconda Guerra Mondiale), ma è pur vero che nessuno (certamente non il Governo britannico) fornisce sufficienti fondi alla Scuola per avere, ad esempio, una madrelingua inglese che sarebbe utilissima per l’apprendimento dei suoni (che differiscono fra lingue diverse), molto più delle stesse pur preparate insegnanti di classe. Per quanto riguarda le lingue, occorre ricordare a chi non lo sappia che, eccetto alcune aree linguistiche particolari, per disposizioni nazionali, l’inglese è disciplina curricolare dalla primaria in poi, ma alla Melone lo è anche all’infanzia; per scelta di Istituto il francese è disciplina curricolare dalla secondaria (in altre Scuole si studiano lingue diverse), ma alla Melone anche alla primaria con valutazione; per progetto di Istituto anche lo spagnolo o il tedesco sono discipline curricolari alla secondaria, ma solo per la “Melone” e limitatamente ai corsi di tempo pieno con valutazione finale (in pochissime altre Scuole del Nord si studia una quarta lingua comunitaria); per progetto di Istituto il romeno è insegnato all’infanzia ed alla primaria senza valutazione. A questi insegnamenti di lingue straniere senza spese per le famiglie, si aggiungono corsi di certificazione europea in inglese e francese e corsi pomeridiani a pagamento di cinese e russo".
Il dirigente scolastico torna poi a puntare i riflettori sul tessuto sociale di cui si compone la città balneare, e per riflesso, anche la scuola: "A Ladispoli i cittadini romeni di prima e seconda generazione o gli italiani di origine romena rappresentano circa il 20% della popolazione e la Scuola, ovviamente, rispecchia queste percentuali, per cui in ciascuna classe almeno 5 o 6 bambini sono romeni. I bambini ed i ragazzi romeni, spesso bilingue, conoscono perfettamente l’italiano e spesso si rivelano più bravi a Scuola perché più attenti e motivati nello studio. Invece i bambini italiani non conoscono lingua, usi e costumi dei loro compagni di banco o di classe purtroppo spesso, abitando in famiglie deprivare culturalmente, non conoscono nemmeno la propria lingua madre. Tutti sappiamo che l’uomo ha una paura ancestrale di ciò e di chi non conosce; ascoltare lingue incomprensibili per strada potrebbe infastidire e rendere diffidenti. Dalla “non conoscenza” e dalla diffidenza nascono conseguentemente incomprensioni e poi l’odio. Chi ha iscritto i propri figli a frequentare la “Melone” sa bene che la nostra Scuola ha come scopo fondamentale quella di generare pace, fratellanza e amore, ma queste possono nascere e progredire solo se esiste reciproca conoscenza. Avendo l’opportunità di avere un corso gratuito di lingua, cultura e civiltà romena è stata “automatica” l’idea di proporre il corso in orario curricolare e ovviamente me ne assumo tutte le responsabilità. Sorvolando sul fatto che la conoscenza delle lingue straniere (“utili” o meno che siano) è indiscutibilmente un arricchimento culturale immenso, compito della Scuola è aiutare l’integrazione e minare alla base le possibili radici dell’odio. Se abbiamo in classe due bambini, di cui uno amasse la matematica ed uno la odiasse, la Scuola avrebbe l’obbligo di puntare maggiormente l’attenzione al secondo, spiegandogli l’importanza della matematica che lui non comprende ed allontana da sé. Così per il romeno: chi ama il proprio prossimo, non ha nulla da apprendere da questo corso (se non come arricchimento culturale e linguistico, che, come detto, aiuta anche l’apprendimento dell’italiano), mentre proprio chi proviene da famiglie nelle quali regna l’ignoranza dovrebbe frequentare questo corso, affinché conosca meglio il proprio vicino di banco o di casa, scoprendo che poi non è così diverso da sé. Ecco perché il corso si svolge di mattina e non è facoltativo: di pomeriggio lo seguirebbe solo chi non ne ha bisogno. Si dice che l’Italia sia il Paese dell’accoglienza, ma non è così. O meglio, non lo sono tutti gli italiani, lo diceva anche Pasolini quando ricordava i cartelli “vietato l’ingresso ai terroni” presenti in alcuni negozi milanesi solo qualche anno fa o come siano definiti gli italiani del Sud da certi politici attualmente in auge. Se un buon numero di cittadini non ha dimenticato come furono trattati i nostri bisnonni o i nostri nonni che emigrarono in America e in Germania, molti altri (troppi, anche se sono una piccola, ma rumorosa, minoranza) sono intrinsecamente xenofobi e perciò antieuropeisti, semplicemente perché sono ignoranti. “Ignoranza” intesa non nel senso dispregiativo, ma nel senso etimologico di “non conoscere, non sapere”. Questa ignoranza produce i mostri dell’odio e del rifiuto del prossimo e su questi sentimenti, che non appartengono agli italiani e comunque non sono sentimenti cristiani, alcuni squallidi personaggi politici (che fanno carriera sfruttando questa ignoranza e questa diffidenza) “cavalcano” l’onda del disprezzo verso gli stranieri per avere consensi utilizzando la “pancia” invece del cervello degli elettori. La prova della loro ipocrisia appare quando questi stessi politici disprezzino i musulmani, ma facciano riverenze a quegli arabi che portano soldi ed acquistano palazzi di molte città italiane, a cominciare dalla Milano di quel Bossi che ha mandato il figlio a prendersi una laurea in un Paese ad est dell’Italia.
La Scuola dello Stato deve essere migliore di quelle persone che trattarono gli italiani emigrati come fossero pezzenti, mafiosi, mangia spaghetti, violenti ed ubriaconi. Non che fra quegli italiani non ci fossero mafiosi, violenti od ubriaconi, ma non erano tutti così perché la “mala erba” è ovunque.
A giudicare dalle firme messe tre anni fa per chiedere l’eliminazione del corso (a quando una raccolta firme per eliminare il greco ed il latino altrettanto “inutili”?), una, minima, parte dei ladispolani pensa che i romeni siano un popolo arretrato, ignorante, composto da ladri, assassini, ubriaconi e stupratori, ma non è così, come nemmeno noi italiani lo siamo, nessuno lo è in assoluto: fare di ogni erba un fascio è sempre un errore perché ci sono i buoni ed i cattivi ovunque. Se è stupido pensare che siamo tutti dei Michelangelo (viste le opere stupende che ci hanno lasciato alcuni italiani del passato) o tutti dei mafiosi (viste le malefatte di alcuni italiani del presente), altrettanto stupido è pensare lo stesso delle altre popolazioni. La Scuola dello Stato deve insegnare ad essere migliori, perché noi siamo migliori di quegli xenofobi dalla mente ristretta che trattavano gli italiani da stupratori ubriaconi o che ora straparlano di “Italia pura”.
Qualche parola di chiarezza va spesa per chi, facendo politica da ignorante (sempre nel senso di “non conoscere”, “non avere informazioni complete su un dato argomento”), non conosce la struttura e le norme scolastiche, ma si permette ugualmente di ergersi a giudice, senza conoscere ciò di cui parla. La libera scelta dei genitori si esplica nel momento in cui opta di iscrivere il proprio figlio in un certo istituto piuttosto che in un altro. Se fino al 1999 si era obbligati ad iscriversi forzatamente solo nella scuola viciniore, dopo la Legge voluta dal Ministro Giovanni Berlinguer, ciascuno può effettuare la propria scelta in base a quella che è l’offerta formativa dell’Istituto scolastico che maggiormente gli aggrada, ed eventualmente cambiare liberamente Scuola se questa non la soddisfa come aveva creduto. La democrazia è rispettata dai passaggi burocratici negli organi collegiali e le singole docenti possono liberamente decidere se aderire o no al progetto.
Le linee didattiche della Scuola sono decise da professionisti vincitori di concorsi pubblici, persone con esperienza alle spalle pregressa (spesso come precari) e che sono tutelati dalla Costituzione della Repubblica Italiana. La didattica non è mai in alcuna Scuola italiana decisa dai genitori (i quali hanno la libertà di scegliere l’offerta migliore), questi hanno voce solo in sede di Consiglio di Istituto dove si adotta il Piano Triennale dell’Offerta Formativa predisposto dal Collegio Docenti. Le scelte didattiche ovviamente prendono spunto dalle proposte dal territorio, ma le Scuole migliori vanno “avanti” (inserendo anche proposte che altri magari non “vedono”), ma sempre “aggiungendo”, mai “togliendo”. Ecco perché alla Melone il Crocifisso, oltre che per Legge, è in tutte le aule perché voluto e non infastidisce nessuno, come non infastidiscono le gare di presepi o le feste di Halloween o quelle di compleanno o le foto del Mahatma Gandhi eccetera. Cultura è apertura, voglia di confrontarsi e conoscersi, è rifiuto della paura del diverso.
In merito alla possibilità di contestare le scelte didattiche dell’insegnante, occorre ricordare che l’art. 33 della Costituzione della Repubblica tutela la libertà di insegnamento: le decisioni del docente su cosa e come insegnare sono inappellabili ed indiscutibili. D’altro canto, se si potesse mettere in discussione le scelte del docente, questi non potrebbe insegnare più nulla perché riceverebbe dei “veto” su qualsiasi argomento. In effetti, non occorre nasconderlo, non c’è democrazia in classe e non ci può essere. L’esistenza della democrazia prevede che ci sia parità fra gli attori, ma in classe sulla cattedra abbiamo un docente vincitore di un concorso pubblico, professionista con grande esperienza lavorativa ed una cultura da diffondere, mentre sui banchi abbiamo 20 o 30 bambini che sono in classe per imparare e sono vogliosi di farlo: non c’è alcuna parità e conseguentemente non ci può essere democrazia, per cui ciò che il docente decide, per il bene della didattica, non si discute, come non si discutono tutti i progetti gratuiti cui il docente in classe decide di svolgere, in quanto ogni insegnate ha la facoltà e la libertà di decidere cosa sia meglio fare per la propria classe, in virtù della libertà di insegnamento.
Pertanto genitori e docenti hanno fatto le proprie scelte democraticamente e liberamente, chi non può decidere nulla sono i bambini che poi sono quelli che si lamentano di meno ed anzi si divertono di più.
D’altro canto la cultura non è sottrattiva, non si insegna nascondendo o togliendo concetti e conoscenza, ma anzi mettendo a confronto e portando nuove informazioni e nuove idee. Se imparare una lingua in più è una cosa positiva, che aiuta la comprensione della stessa propria lingua (solo un ignorante o chi sia in malafede potrebbe negarlo), la conoscenza di una civiltà, della quale sia portatore un nostro compagno di banco è un accrescimento inimmaginabile.
Cercare il “nemico” fuori dal proprio gruppo o dal proprio Paese serve a deviare l’attenzione da altro, nascondendo il vero nemico che è invece in casa propria, parla la nostra stessa lingua e ci tratta da incapaci mettendoci in testa le sue parole perché non siamo in grado di formularne di nostre. Nel momento in cui i cittadini cominceranno ad usare il proprio cervello, invece di appoggiarsi a quello degli altri, la società diverrà migliore e sempre meno persone potranno approfittarsi del prossimo.
Certamente non è poi da dimenticare che per gli italiani non esistono realmente degli “stranieri” perché l’Italia è stato sempre un Paese che ha attirato persone da altre nazioni, sia per guerra che per amore, ed è realmente impossibile avere un italiano che sia di sangue puro, proveniente direttamente da quello degli antichi romani.
Occorre notare che la Scuola svolge lo stesso lavoro di diffusione della democrazia che svolgono i giornalisti pubblicando notizie e conoscenza, per consentire a ciascuno di comprendere e ragionare con la propria testa, per avere la reale democrazia che si attua solo se chi decide è ben cosciente dell’oggetto. Dal canto nostro non posso nascondere che l’azione scolastica è “Politica”, ma nel senso alto del termine: lo è nel senso che ci prefiggiamo l’obiettivo della pace e della fratellanza e ci muoviamo in questo senso. Questo a mio parere è la “Politica”, con la “P” maiuscola, mentre la politica con la “p” minuscola deve stare fuori dalla Scuola, quella stessa scuola da dove, ad ascoltare certe persone che non gradiscono la nostra didattica, ma vorrebbero imporre la loro scelta, sembra non ci siano mai andate.
Io non faccio politica e quindi non mi interessa minimamente di imbrogliare o risultare simpatico a persone cui non devo chiedere alcun voto, a me interessa solo il sorriso dei bimbi quando entrano in classe, interessa sapere che ho lavorato per il loro bene". (agg. 10/09 ore 11.00)
 

(10 Set 2018 - Ore 09:21)

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