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''Il ritardo nei soccorsi riveste un ruolo causale diretto rispetto al decesso di Marco''

PROCESSO VANNINI. Nuovi particolari sulla perizia collegiale disposta dalla Corte D’Assise di Roma, dove ha luogo il processo Vannini. I periti: «Sarebbe potuto arrivare in ospedale in un intervallo di circa un’ora dal momento in cui si era verificato il ferimento con un’arma da fuoco». Si riassumono in una tabella le varie tappe del soccorso con riferimento alla tempistica in condizioni ideali comparata con quella realmente accaduta

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI – «Risulta quindi del tutto evidente come tale ritardo nello svolgimento dell’azione di soccorso abbia potuto rivestire un ruolo causale diretto rispetto al decesso del giovane Marco Vannini. Si ritiene infatti che un soccorso attuato secondo modalità e tempi privi di ostacoli e ritardi, come precedentemente descritti, avrebbe potuto evitare il decesso del giovane Marco Vannini con un’alta probabilità». Questa la conclusione cui giungono i periti, i professori Antonio Oliva, Francesco Alessandrini e Andrea Arcangeli, che hanno eseguito la perizia collegiale, disposta dalla Corte D’Assise di Roma, in merito alla modalità del primo soccorso portato a Marco la notte del 17 maggio 2015, depositata in tribunale lo scorso 7 novembre. I periti riassumono in una tabella le varie tappe dell’organizzazione del soccorso con riferimento alla tempistica in condizioni ideali comparata con quella realmente accaduta la tragica notte, considerando il tipo di avvenimento, la località dove si verificò l’evento e l’ora in cui avvenne. Si parte dall’orario del ferimento di Marco e qualora, subito dopo, fosse stata effettuata una telefonata alla centrale operativa del 118 con descrizione di quanto realmente accaduto, il giovane sarebbe giunto al pronto soccorso del Policlinico Gemelli in «un orario congruo ed idoneo per approntare i necessari interventi terapeutici». «In altri termini – concludono i periti - si può affermare che Marco Vannini sarebbe potuto arrivare in ospedale in un intervallo di circa un’ora dal momento in cui si era verificato il ferimento con un’arma da fuoco». Per cui, secondo i periti «l’evidente ed apprezzabile ritardo nei soccorsi assumerebbe con ragionevole certezza un ruolo causale di chiara rilevanza». In sostanza, la mancata tempestività del soccorso ha giuocato un ruolo causale sostanziale correlato alla non corretta informazione fornita agli operatori del 118, nel corso delle due telefonate effettuate quella notte da casa Ciontoli.
Nel dettaglio, per stabilire la tempistica in condizioni ideali, si descrive «come sarebbe stato concretamente organizzato il soccorso se la chiamata alla centrale operativa fosse stata fatta subito dopo il ferimento, e se fosse stata fornita la corretta informazione su quanto realmente accaduto», partendo dall’assunto che «al soccorso sarebbe stato certamente attribuito il codice di gravità rosso». Quindi si parte dal ferimento di Marco, avvenuto alle 23,15 circa, come risulta dagli atti, e subito dopo, (alle 23,17 circa) la chiamata al 118, in caso di soccorso tempestivo. Si può ragionevolmente stimare secondo i periti la partenza dell’ambulanza dal Pit di Ladispoli e l’attivazione dell’elisoccorso alle 23,20. L’ambulanza dopo essere arrivata a casa Ciontoli sarebbe poi rientrata al Pit con Marco alle 23,40-23,50. I tempi di arrivo dell’elisoccorso al Pit sono stati stimati in circa 17-20 minuti, che corrispondono ai tempi impiegati effettivamente quella tragica notte. Quindi l’eliambulanza sarebbe atterrata a Ladispoli alle ore 23,40-23,45 e ripartita alla volta di Roma dopo una decina di minuti. A questo punto Marco sarebbe arrivato al pronto soccorso del Gemelli tra le ore 00,10-00,15. Ma tutto questo non è successo. La seconda chiamata alla centrale operativa del 118 è stata fatta da Antonio Ciontoli alle 00,06. Marco giunge al posto di primo intervento alle 00,45 e l’eliambulanza arriva alle ore 1,15. Dopo circa trenta minuti il disperato tentativo di portarlo al Gemelli ma durante il volo peggiora il quadro clinico e così il rientro dell’eliambulanza a Ladispoli, dove ne veniva constatato il decesso alle 3,10, dopo oltre un’ora di manovre rianimatorie senza successo. Un fatto senz’altro di rilievo è che i periti considerano il caso di Marco, sopravvissuto per circa tre ore dopo il ferimento,«un caso clinico particolare e unico» difficilmente collocabile nelle statistiche della letteratura internazionale, tanto che il decesso, come osservato dai consulenti del pm, non è sopravvenuto per una specifica lesione di un organo, ma a causa di un’emorragia protratta.

(11 Nov 2017 - Ore 14:24)

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