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IL COMMENTO AL VANGELO. Mio Signore e mio Dio

di DON IVAN LETO*

La menzione che quello era “il primo giorno” ritma tutto il racconto: la si ritrova all’inizio del racconto dell’apparizione alla Maddalena (Gv 20,1), all’inizio del racconto dell’apparizione ai discepoli (Gv 20,19) e poi è sottintesa nell’espressione “otto giorni dopo” (Gv 20,26). Il primo giorno della settimana è il giorno della resurrezione del Signore ma è anche quello in cui il Risorto si rende presente in mezzo ai suoi: è il giorno del Signore, il giorno dell’intervento decisivo di Dio che, risuscitando Gesù, ha vinto la morte. 
Scesa la sera di quel primo giorno, lo sconforto e lo scoraggiamento regnano nei cuori dei discepoli che non hanno creduto né a Maria di Magdala che ha annunciato loro la resurrezione di Gesù e l’incontro con lui, né al discepolo amato che, al solo vedere il sepolcro vuoto, era giunto alla fede. 
Ma Gesù aveva promesso loro: “Dopo la mia scomparsa, ‘ancora un poco e mi vedrete’”, e fedele alla parola data “viene e sta in mezzo”. Gesù è visto dai discepoli in mezzo a loro, al centro della loro assemblea. La comunità cristiana ha così la sua icona autentica: ha il suo centro solo in Gesù risorto, in modo che tutti guardino a lui. In quella posizione di Kýrios, di Signore, il Risorto dice allora: “Shalom ‘aleikhem! Pace a voi!”, il saluto messianico. E affinché le parole siano autenticate dalla sua persona di Maestro e Messia conosciuto dai discepoli nella loro vita insieme a lui, Gesù mostra le mani e il fianco che portano ancora i segni della sua passione e morte. Visione paradossale: Gesù è presente con un corpo che non è un cadavere rianimato ma che viene anche a porte chiuse, non obbedendo alle leggi del tempo e dello spazio. Ripete il saluto “Pace a voi!” e annuncia: “Come il Padre ha inviato me, anche io invio voi”. 
I discepoli hanno accolto l’Inviato di Dio, lo hanno seguito e hanno creduto in lui; ora sono anch’essi inviati in tutto il mondo. Per essere abilitati a questa missione, devono essere ricreati, rigenerati: occorreva un’immersione nello Spirito santo. Allora Gesù, il Risorto che respira lo Spirito santo, lo effonde sulla sua comunità. 
Come Gesù è stato concepito carne dallo Spirito santo e da una donna, così anche la Chiesa è generata da Spirito santo e da umanità e del soffio dello Spirito fa il suo respiro. Ma “otto giorni dopo”, dunque nel primo giorno della seconda settimana dopo la tomba vuota, ecco Tommaso e gli altri discepoli di nuovo insieme, in quella casa a Gerusalemme. Gesù si rende di nuovo presente: “Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: ‘Pace a voi!’”. 
Innanzitutto consegna la pace, “la sua pace, non quella del mondo” (cf. Gv 14,27), poi si rivolge a Tommaso, “detto Didimo”, il “gemello” di ciascuno noi. Sì, Tommaso è il gemello in cui dovremmo specchiarci nei nostri entusiasmi in cui arriviamo a dire: “Andiamo anche noi a morire con lui!” (Gv 11,16), così come nei nostri momenti oscuri, in cui non riusciamo a credere, ad aderire, a mettere fiducia nel Signore. Gesù viene però anche per Tommaso e anche a lui si fa vedere con i segni del suo amore: le stigmate della sua passione impresse per sempre nella sua carne gloriosa. Gesù dunque invita Tommaso ad avvicinarsi e a mettere il suo dito in quelle stigmate. E qui, attenzione, non sta scritto che Tommaso mise il suo dito nei buchi delle mani e nella ferita del costato, ma che disse: “Mio Signore e mio Dio!”. Riconoscendo l’amore vissuto da Gesù, di cui le stigmate sono il segno perenne, Tommaso crede e confessa la sua fede. Gesù risorto è il Kýrios; di più, è Dio. 

 
* Parroco di San Gordiano Martire in Civitavecchia 
Diocesi Civitavecchia-Tarquinia

(28 Apr 2019 - Ore 04:11)

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