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Finanza Tarquinia, merce contraffatta: sgominata banda di senegalesi

Maxi blitz  lunedì all’alba: in 54 nella rete degli uomini del comandante Antonio Petti
Scoperto un opificio al  Lido di Tarquinia. Rinvenuta una chat dove gli extracomunitari comunicavano in lingua wolof 

TARQUINIA – Oltre 100 finanzieri del Comando provinciale di Viterbo, su delega della Procura della Repubblica di Civitavecchia, hanno eseguito lunedì mattina 30 perquisizioni tra Viterbo, Canino, Tarquinia, Montalto di Castro, Montefiascone, Civitavecchia, Schio (VI), Fermo e Bassano del Grappa (VI) nei confronti di extracomunitari di nazionalità senegalese, dediti alla fabbricazione e alla commercializzazione di prodotti di abbigliamento e accessori recanti marchi di fabbrica contraffatti.
Il servizio trae origine dalla scoperta da parte dei militari della Compagnia di Tarquinia di un vero e proprio opificio, attrezzato con macchine da cucire ed altre attrezzature predisposte per l’assemblaggio dei capi contraffatti, all’interno di un appartamento situato al lido di Tarquinia.
I capi contraffatti recanti loghi e form factor dei più noti brand della moda tra i quali “Adidas”, “Burberry”, “Roberto Cavalli”, “Chanel”, “Dolce & Gabbana”, “Gucci”, “Haromont & Blaine”, “Hogan”, “Nike” ecc.. venivano poi venduti in tutta la provincia di Viterbo, a partire dal litorale fino alla zona del lago di Bolsena e nel capoluogo della Tuscia.
Le indagini, delegate dalla Procura di Civitavecchia, sono state eseguite dai militari della Compagnia di Tarquinia del comandante Antonio Petti ed hanno messo in luce una vera propria organizzazione composta da 56 soggetti di origine senegalese. Gli stessi, per eludere le investigazioni e per evitare di essere intercettati, nel comunicare tra di loro usavano esclusivamente un dialetto senegalese (il wolof) difficile da capire e tradurre non solo per la complessità linguistica ma anche per la difficoltà per le forze di polizia a reperire un interprete idoneo ed affidabile.
Ad ogni componente dell’organizzazione era affidato uno specifico ruolo: taluni avevano il compito di assemblare il materiale contraffatto; altri quello di provvedere alla distribuzione e alla vendita al dettaglio; altri ancora quello da fungere da vedette per avvisare gli addetti allo smercio dell’arrivo delle forze dell’ordine con l’uso di appositi codici comunicativi criptati.
L’organizzazione è stata ricostruita grazie ad una complessa attività di esame di tutte le conversazioni e chat effettuate tramite sms e soprattutto whatsapp rinvenute all’interno dei telefoni cellulari sequestrati nell’opificio di Tarquinia. In particolare i senegalesi  avevano creato un gruppo whatsapp con cui si scambiavano informazioni e notizie, si davano appuntamenti, si assegnavano le zone dove andare a vendere i prodotti contraffatti e si davano consigli su come comportarsi in caso di controlli da parte delle forze dell’ordine. Via chat veniva, inoltre, svolto anche il commercio dei prodotti illegali: numerosi acquirenti italiani, molti dei quali già identificati, ordinavano la merce agli extracomunitari, inviando a loro la foto del prodotto griffato appena immesso sul mercato ed i destinatari subito si prodigavano per reperirlo e consegnarlo direttamente al domicilio.
Tutte le ipotesi investigative sono state puntualmente riscontrate con l’esito delle perquisizioni eseguite nella mattinata di lunedì, che hanno consentito di acquisire ulteriore documentazione utile alla identificazione di altri indagati appartenenti all’organizzazione, ma anche di pervenire al sequestro di ulteriori 7.450 capi contraffatti. Detti acquirenti saranno sanzionati in via amministrativa mediante la contestazione di una sanzione pecuniaria da euro 100 ad euro 7.000.
Le attività descritte si inquadrano nell’ambito del dispositivo di contrasto all’abusivismo commerciale e alla contraffazione, orientato prevalentemente a disarticolare la filiera del falso e a rimuovere i canali di approvvigionamento, al fine di evitare che la merce immessa sul mercato provochi concorrenza sleale, svantaggi economici per le aziende titolari delle griffe e, soprattutto, danni ai consumatori, indotti all’acquisto di prodotti falsi e non sicuri, spesso nocivi anche per la salute umana.

 



 

(30 Lug 2019 - Ore 19:26)

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