DOMENICA 22 Aprile 2018 - Aggiornato alle 21:30

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Energia verde, leva per la crescita

Ma serve un cambio di passo da parte degli attori della green economy

Nel prossimo ventennio, la popolazione aumenterà di 1,5 miliardi e il Pil crescerà del 50%. Nel 2050 la popolazione urbana raggiungerà il 66% della comunità mondiale. Le città attualmente contano oltre il 70% delle emissioni globali di gas serra legate all’energia. Serve un cambio di passo da parte degli attori della green economy. Partendo da un paradigma: che l’energia verde, che sia però anche clean e sostenibile, è una leva di crescita importantissima. Se ne è parlato nel capoluogo lombardo in occasione del workshop organizzato dalla Fondazione Istud insieme alla rappresentanza a Milano della Commissione europea dal titolo ‘Future Energy. Future green’ (che poi è anche il titolo di un libro di prossima pubblicazione edito da Mondadori, dal quale i lavori hanno preso le mosse)
“Siamo in una fase in cui anche l’Unione europea si è mossa con leggi, norme e direttive sulla sostenibilità che ci invitano - sottolinea Marella Caramazza, direttore generale fondazione Istud - a ripensare l’intero ciclo del prodotto e dunque tutte le imprese naturalmente devono o dovrebbero muoversi in questa direzione. Questo è un nuovo driver di cambiamento e di innovazione che certamente può generare molta ricchezza e posti di lavoro nelle nostre imprese. In Italia abbiamo delle grandissime eccellenze e credo sia necessario anche sviluppare le competenze perché i manager, cioè chi decide le politiche industriali e di investimento all’interno delle aziende, possano essere effettivamente capaci di cogliere queste grandissime opportunità”. Per altro, fa notare Caramazza, «siamo in una fase in cui in Italia e in Europa c’è la possibilità di investire, ci sono delle risorse a disposizione e le imprese devono cogliere queste opportunità con competenze e con qualità e grandissima prospettiva e sguardo verso il futuro».
In tutto questo serve, tra le imprese, «collaborazione», che diventa un fattore «chiave: un’impresa da sola non credo possa cogliere tutte le opportunità. Si parla tanto di open innovation, di organizzazioni a rete e network, ma quello che va fatto è essere davvero disponibili a collaborare ed aprirsi nei confronti degli altri, che magari all’inizio possono apparire dei competitor ma poi sono dei grandi colleghi con cui fare pezzi di strada che ci possono portare molto più avanti».
Parla di una vera e propria «rivoluzione» Massimiliano Braghin, presidente Infinity Hub. «Rivoluzione è un termine che indica il cambiamento sia del modello, sia delle risorse», spiega, ricordando l’esperienza di Infinity Hub «che ha strutturato, con l’esperienza dei soci fondatori e degli altri soci che sono arrivati in crowfunding, un vero e proprio paradigma che utilizza, anche dal punto di vista finanziario, un approccio nuovo che è quello dell’equity crowfunding». L’equity crowfunding, evidenzia, consente di «lavorare assieme, creare relazioni, soprattutto locali, perché oggi abbiamo tecnologie a livello globale che devono essere utilizzate anche a livello locale: sulla singola abitazione, sulla singola piccola e media impresa, sul singolo comune». Per altro, «in una fase di start up, l’aspetto fondamentale di cui poi la finanza è una conseguenza, è la gestione dei tempi. La gestione dei tempi e dunque il ritmo di una iniziativa è fondamentale per la sua efficacia. E’ ovvio che un contributo nazionale, regionale e comunitario è interessante se c’è, ma purtroppo le esperienze di tutti sono di una gestione dei tempi in cui si arriva a dare liquidità troppo tardi». 

(20 Dic 2017 - Ore 18:25)

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